Dhanvantari: simbolo della guarigione in Āyurveda

Dhanvantari, divinità della medicina nella tradizione ayurvedica, raffigurato con amrita, conchiglia e cakra

Carmen Durgā Tosto

Quando si pronuncia il nome Dhanvantari, si evoca immediatamente una delle immagini più potenti del mondo ayurvedico: la guarigione come dono divino, sapere medico e via di riallineamento dell’essere umano. Nella tradizione indiana, Dhanvantari non è soltanto una figura devozionale; è anche il custode di un principio: la salute non coincide semplicemente con l’assenza di malattia, ma con il ristabilirsi di un ordine profondo nella vita. È per questo che la sua presenza attraversa i Purāṇa, la letteratura iconografica e la memoria medica dell’Āyurveda, fino a diventare il simbolo stesso della medicina sacra e della cura totale.

Nel racconto purāṇico più noto, Dhanvantari emerge durante il Samudra Manthana, il “frullamento dell’oceano di latte”. Il Bhāgavata Purāṇa lo descrive come una manifestazione di Viṣṇu, splendente e bellissima, con in mano il vaso colmo di amṛta, il nettare dell’ immortalità; subito dopo la sua apparizione, gli Asura si impadroniscono del vaso con la forza. Questo episodio non parla soltanto di un mito cosmico: pone la medicina accanto ai grandi temi della tradizione indiana — la lotta tra ordine e disordine, la ricerca dell’immortalità, la necessità di discernere ciò che sostiene la vita da ciò che la minaccia. 

Accanto a questa dimensione divina, l’Āyurveda conserva un’altra memoria di Dhanvantari, più direttamente legata alla trasmissione del sapere medico. Nel Suśruta Saṃhitā, Dhanvantari appare incarnato come Divodāsa, re di Kāśī, maestro al quale si rivolgono Suśruta e altri sapienti per apprendere la scienza capace di alleviare la sofferenza degli esseri umani. Il testo lo presenta come colui che espone l’origine dell’Āyurveda e ne definisce con chiarezza i due scopi fondamentali: curare chi è malato e preservare la salute di chi è sano. Questo punto è essenziale, perché mostra come la figura di Dhanvantari non sia confinata al mito, ma sia collocata al cuore della riflessione clinica ayurvedica.

Il primo capitolo del Suśruta Saṃhitā è particolarmente eloquente. I ṛṣi dichiarano di soffrire nel vedere gli esseri umani colpiti da malattie fisiche e mentali, e chiedono a Dhanvantari di illuminare le loro menti con la verità dell’Āyurveda, affinché possano alleviare le sofferenze dell’umanità. In questo passaggio la medicina è presentata come una risposta alla vulnerabilità umana, ma anche come responsabilità etica. La cura non è mai soltanto competenza tecnica: è un servizio alla vita. Ed è proprio per questo che Dhanvantari diventa una figura di riferimento così ampia, capace di tenere insieme compassione, conoscenza e azione terapeutica. 

Dal punto di vista iconografico, Dhanvantari è raffigurato di norma con quattro braccia. La letteratura iconografica lo descrive con un aspetto bello e armonioso, e nel Viṣṇudharmottara Purāṇa viene detto che nelle sue mani deve comparire un kalaśa pieno di nettare; lo stesso testo afferma anche, in forma molto significativa, che Āyurveda è lo stesso Signore Dhanvantari. Questa identificazione non è una semplice metafora ornamentale: significa che la scienza medica, nella visione tradizionale, possiede una dignità sacra e una funzione ordinatrice, non riducibile a un insieme di procedure.

Nella raffigurazione più diffusa, due attributi rimandano chiaramente a Viṣṇu: śaṅkha (conchiglia) e cakra (ruota). Essi indicano che Dhanvantari appartiene alla sfera viṣṇuita, cioè alla forza cosmica che conserva, protegge e ristabilisce equilibrio. Gli altri attributi rinviano invece in modo diretto alla medicina: il vaso dell’amṛta e, in molte tradizioni figurative, la jalaukā, la sanguisuga, oppure erbe medicinali  a volte un bisturi oppure un testo. La presenza della jalaukā è particolarmente interessante perché collega l’icona alla concretezza della pratica terapeutica: la sanguisuga non è un simbolo astratto, ma richiama un metodo realmente noto alla tradizione ayurvedica, soprattutto in ambito chirurgico e parachirurgico.

Il vaso dell’amṛta è forse il segno più immediato e universale della sua immagine. Esso richiama l’idea di rigenerazione, longevità, nutrimento profondo della vita. In chiave ayurvedica può essere letto come un emblema della funzione rasāyana, cioè di tutto ciò che sostiene vitalità, resistenza, continuità e pienezza dell’esistenza. Non si tratta di immortalità nel senso superficiale del termine, ma di una forza che contrasta il decadimento e protegge l’integrità dell’essere vivente. In Dhanvantari, dunque, l’atto del curare non è solo riparazione del danno: è anche custodia della possibilità di fiorire. 

Lo śaṅkha e il cakra possono essere letti anche simbolicamente, storicamente, la loro funzione primaria è attestare la natura viṣṇuita di Dhanvantari. Tuttavia, sul piano contemplativo, lo śaṅkha può evocare il richiamo al risveglio ed all’ordine del suono originario, mentre il cakra suggerisce lucidità, potere di discriminazione, visione che penetra la confusione.

Il rapporto tra Dhanvantari e la chirurgia è significativo, il testo classico Suśruta Saṃhitā collega direttamente il suo insegnamento alla Śalya-tantra (la chirurgia), che nel testo è presentata come una delle grandi branche dell’Āyurveda e come disciplina di primissima importanza. Nel capitolo iniziale, Dhanvantari enumera le otto branche della medicina ayurvedica e pone chiaramente la chirurgia dentro questo orizzonte sistematico. Per questo la tradizione ha visto in lui non solo il dio della salute in senso generico, ma anche il garante di una medicina competente, concreta, capace di intervenire sul corpo con precisione e responsabilità. 

Dhanvantari rappresenta anche una medicina che non si limita all’intervento materiale, l’Āyurveda classico collega la malattia anche a errori di discernimento, abitudini disordinate, uso improprio dei sensi, rottura dell’equilibrio tra individuo, ambiente e condotta. Per questo, quando si guarda a Dhanvantari come immagine dell’Āyurveda nella sua interezza, egli appare come il simbolo di una guarigione che scende fino alle radici del vivere e non si esaurisce nel trattamento del sintomo.

In questo senso è molto suggestivo l’incipit dell’Aṣṭāṅgahṛdaya, che rende omaggio all’apūrva vaidya, il “medico senza pari”, colui che ha distrutto i mali nati da rāga (passione/attaccamento ecc) e dai suoi correlati. Il testo non nomina esplicitamente Dhanvantari in quel verso ma, sul piano simbolico, il parallelismo è forte. La medicina più alta non è soltanto quella che agisce sul corpo, ma quella che sa riconoscere anche le radici interiori della sofferenza. In questa prospettiva Dhanvantari diventa immagine del risanamento integrale: fisico, mentale, etico e spirituale.

Lo stesso principio emerge anche quando l’Āyurveda allarga lo sguardo dalla salute individuale a quella collettiva. Nel capitolo della Caraka Saṃhitā dedicato al “Janapadodhvaṃsa” (C.S.Vi.III), la distruzione di intere comunità viene ricondotta alla corruzione di fattori condivisi come aria, acqua, luogo e tempo. Ma il testo va oltre: afferma che all’origine di questo disordine stanno le azioni non rette, e che alla radice di esse vi è il prajñāparādha, l’errore del discernimento. In altri termini, quando la coscienza si allontana dalla rettitudine, anche il mondo attorno all’essere umano si altera. È un tema di enorme attualità, perché suggerisce che non può esistere un sistema di salute davvero sostenibile se è separato dall’etica, dalla qualità della vita e dalla responsabilità collettiva. 

Per questo Dhanvantari può essere compreso anche come figura del dharma della cura, non soltanto colui che fornisce rimedi, ma colui che richiama l’essere umano a un ordine di vita più giusto. In tempi in cui la medicina dispone di mezzi tecnologici straordinari ma si confronta continuamente con nuove fragilità, la sua immagine ricorda che la vera guarigione richiede anche orientamento, misura, discernimento. La tradizione ayurvedica non oppone la medicina concreta alla visione spirituale: le integra. Dhanvantari, con il vaso del nettare e con gli strumenti della cura, con gli emblemi di Viṣṇu e con la sua funzione di maestro, è precisamente il punto in cui questi due piani si incontrano.

In definitiva, Dhanvantari simboleggia il modo totale e radicale in cui l’Āyurveda può intervenire nella vita umana. Egli riunisce in sé il mito e la clinica, la protezione divina e la pratica terapeutica, la longevità e il discernimento, il rimedio e la trasformazione interiore. Per il lettore contemporaneo, la sua immagine può diventare un invito molto concreto: ricordare che la salute non è solo qualcosa da riparare quando si rompe, ma qualcosa da coltivare come equilibrio, chiarezza, relazione armoniosa con sé stessi e con il mondo. Ed è proprio in questo senso che Dhanvantari continua a essere una figura viva: non come reliquia del passato, ma come emblema di una medicina che vuole davvero servire la vita nella sua interezza.

Iscrizioni e significato dell’immagine

Nell’immagine raffigurata in apertura sono presenti alcune iscrizioni in devanāgarī:

In basso a sinistra, sul cartiglio:

आयुवेर्दआयुवेर्द

Traslitterazione IAST: Āyurveda
Significato: “Āyurveda”.

In basso, come iscrizione principale:

॥ श्री धन्वन्तरये नमः ॥

Traslitterazione IAST: ॥ śrī dhanvantaraye namaḥ ॥
Significato: “Omaggio a Śrī Dhanvantari” oppure “Saluto reverenziale a Śrī Dhanvantari”.

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Autore
Author: jole

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