Il mestiere di operatore ayurveda

Published in Terapista

Natura e Benessere n.16 – pag. 26/28 (2005)
a cura di: Carmen Tosto

“Cuore di leone, occhi d’aquila, mani da signore….ma soprattutto amore e compassione profonda per il paziente”

Così con queste evocative e poetiche parole, il vaidya Dr.Narayan Nambi, iniziava la sua prima lezione sulle qualità dell’operatore ayurvedico.
La lezione, tenuta all’ombra di un grande albero di mango, sembrava sospesa nell’aria densa e calda ed appartenere ad un altro tempo; non fosse stato per le moderne sedie di plastica rossa...ma l’atmosfera, il fascino ed i profumi dell’India, in ogni caso non cambiano…

L’osservazione attenta della Natura, da sempre maestra in tutte le tradizioni, ha svolto un ruolo fondamentale nell’elaborazione della più antica Scienza medica e di vita del mondo, l’Ayurveda. Da Ayus cioè vita, intesa in tutte le sue espressioni e Veda ovvero conoscenza, l’ Ayurveda, definita “Scienza della Conoscenza della vita”, è giunta fino a noi, superando inossidabile la prova del tempo. E’ affascinante pensare come concetti, espressioni, osservazioni talmente antiche da perdersi nella rete dei millenni, siano filtrate fino a noi, senza mutamenti di sorta, sempre attuali e vergini; pronte a spiegare ciò che le menti moderne non riescono ancora pienamente ad afferrare.

Darshana, ovvero l’osservazione diretta ed attenta della Natura e delle sue qualità (guna) mostrava agli antichi Rishi (i saggi-veggenti) , la via da seguire.
Tale osservazione rappresenta un aspetto insolito ed avvincente, una conoscenza preziosa per ristabilire armonia ed equilibrio in ogni aspetto della vita.
Gli interventi terapeutici previsti in Ayurveda sono vari e diversamente articolati, mostrando numerose possibilità operative, dirette ed indirette; stile di vita, comportamenti da seguire, trattamenti fisici, medicamenti, tutto viene esplorato, investigato, corretto. Il paziente viene direttamente coinvolto nel recupero e nella gestione della propria salute.
Secondo il più antico trattato sull’Ayurveda la Charaka Samhita, vi sono 4 “pada” (lett. piede, parte, pilastro) ritenuti fondamentali per l’attuazione corretta di una terapia; necessaria è la presenza del medico, del terapista, del medicamento ed ovviamente del paziente. (C.S. Su. cap.IX)
Ogni “pada” svolge il proprio ruolo e deve possedere attributi specifici, la buona coordinazione tra loro garantisce stabilità ed equilibrio.

Ma quali sono dunque gli attributi necessari per essere un buon operatore ayurvedico?

Secondo il nostro insegnante requisito indispensabile di un buon terapista è possedere prima di tutto un cuore coraggioso, come viene riferito ad un leone, saper affrontare ogni situazione e fare “ciò che deve essere fatto”, le terapie mediche ayurvediche non sono sempre così piacevoli come magari potremmo immaginare.

Occhi d’aquila cui nulla sfugge, pronti a cogliere ogni più piccolo mutamento, osservando cosa avviene nel paziente, e come deve essere poi applicata al meglio la terapia adattandola a tali cambiamenti.

Mani da signore intendendo un’elevata sensibilità che permetta sì di trasmettere, ma anche percepire, conoscere in profondità.

Amore, inteso nel senso più puro, solo così è possibile accostarsi all’altro, il paziente ripone la sua fiducia nel terapista e vi si affida completamente. Compassione profonda in ogni istante, pieno rispetto della condizione del paziente e totale sostegno nel suo percorso di recupero di salute ed equilibrio.
Certo è un compito impegnativo……

La parola usata per indicare il terapista è Upastata, da “upa” che significa “vicino a”, e “stata” ovvero “colui che sta”.
Il terapista è quindi colui che sta vicino al paziente, una vicinanza molto particolare e profonda, è sicuramente la persona che vive il contatto più diretto; un rapporto completamente diverso da quello che può esservi con il medico, sia per la natura particolare del rapporto sia per la sua frequenza.
Il terapista ayurvedico secondo le indicazioni della Caraka Samhita (il più antico testo giunto fino a noi) deve realizzare questi 4 aspetti:
anurakta, shuchi, buddhiman e daksha.
Anurakta (da rakta=sangue) sta a significare “vicinanza di sangue, parentela” ciò definisce il tipo di rapporto che il terapista stabilisce con il paziente; una relazione molto intima ed affettiva, il terapista si prende cura del paziente come fosse un suo parente, con la stessa intensa dedizione.
Shuchi ovvero la purificazione intesa a tutti i livelli: di corpo, azione, espressione e pensiero. E’ questo un concetto di fondamentale importanza, la purezza rappresenta da sempre un requisito indispensabile nella tradizione indiana ed in molteplici ambiti numerose sono le pratiche che vengono suggerite per il suo raggiungimento (si pensi per es. all’ambito del Rajayoga di Patanjali dove la purezza, “sauca”, è una delle cinque osservanze “Niyama” costituenti il secondo gradino della scala classica).
Come ci si può prendere cura degli altri se per primi non si ha rispetto del proprio corpo, non si è in buona salute e purificati nel pensiero e nell’agire? Uno dei compiti del terapista è anche quello di aiutare il paziente a ritrovare la giusta via, lo stile di vita più salutare e consono alla sua natura.
Buddhiman significa sviluppare la propria Buddhi (intelletto superiore) ed usare l’intelligenza nel migliore dei modi possibile.
Daksha (abile, esperto) si intende in questo ambito possedere capacità nella pianificazione e senso del tempo, ovvero come utilizzare al meglio tutto quello che si ha a disposizione per realizzare la migliore terapia possibile. Con senso del tempo si intende anche comprendere tutti gli aspetti della terapia: perché è stata prescritta, che cosa usare, in che modo e con quali tempi.

Tutte queste indicazioni possono dare sola una minima idea di quanto il ruolo svolto dal terapista ayurvedico sia delicato e prezioso, quanta disponibilità e competenza siano necessarie.
Soprattutto in occidente ciò necessita qualche sforzo in più; mentre in India nelle cliniche ed ospedali ayurvedici è la regola, non sempre da noi il medico ayurvedico è presente a fianco del terapista.
L’iter formativo del terapista in India può essere diversamente articolato, ma riguarda sempre una importante parte di studio teorico e una di applicazione pratica.

Negli ambiti più ortodossi, il terapista segue, anche per un periodo di tempo molto lungo, l’operato del medico, lo segue semplicemente “osservando con grande attenzione” senza intervenire, senza fare; ed assorbe, respira, concentra in sé il sapere nella forma più pura, senza fretta. Sviluppa tutte quelle qualità che saranno poi indispensabili per il suo futuro operare.
Una conoscenza così vasta ed antica merita grande attenzione, l’assorbimento richiede tempo e sforzo.
Il sistema sociale occidentale, invece, asseconda la tentazione generata dall’ego, di bruciare le tappe, possibilmente senza troppo impegno, impedendo alla nostra mente ed al nostro spirito di essere gradualmente modificati dalla conoscenza e, quindi, di evolvere.
Una conoscenza così vasta ed antica merita grande attenzione ed il suo assorbimento richiede tempo e sforzo. Un antico detto recita che qualsiasi cosa, anche quella apparentemente più bella, ottenuta facilmente non ha alcun valore.
Grande sforzo, inoltre, necessita la dissoluzione dell’ego che ci permette di far confluire le anime del terapista e del medico in una collaborazione che non reca con sé alcun giudizio di merito o di competenza, ma solo un reciproco riconoscimento dei ruoli e della loro complementarietà come ci ricordano le indicazioni della Charaka Samhita.

Proprio da questa collaborazione fra medico ed operatore ayurvedico si realizza la migliore terapia possibile ed il benessere del paziente non può che esserne la naturale espressione.

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