Storia dell'Ayurveda, parte seconda

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Così scrive il poeta Kalidasa: 
“ Tutto ciò che è antico, non è necessariamente vero; 
tutto ciò che è nuovo, non è necessariamente privo di difetti. 
Per il saggio entrambi sono accettabili solo se superano prove di validità.
Chi è privo di saggezza, sarà sviato dall’opinione altrui.” 
 
 
L’Ayurveda è una scienza antica, una prassi consolidata, una filosofia di saggezza.
Le fonti più antiche risalgono alla stesura dei grandi testi classici che sono ad oggi oggetto di studio nelle Università indiane.
L’epoca d’oro dell’Ayurveda e del mondo culturale indiano si può collocare intorno al VI sec. a.C, in questo periodo venne istituita una grande Università a Taxilia, nei pressi dell’attuale Rawalpindi (Pakistan), famosa per essere una sorta di comunità dove studiosi e discepoli vivevano uno accanto agli altri per favorire il dibattito e lo scambio di idee. Frequentò questa scuola anche Jivaka, futuro medico di corte del re Bambisara di Magadha a cui il monarca affidò la salute del Gotama Buddha. La medicina ayurvedica era già molto sviluppata al periodo del Buddha.
 
Jivaka divenne un medico molto famoso, un eminente pediatra; numerosi sono gli aneddoti che lo riguardano e narrano delle sue straordinarie competenze mediche. Ne riportiamo uno in particolare: “Era giunto il momento per gli studenti di sostenere gli esami e venne loro dato il compito di cercare nel raggio di parecchi chilometri, una pianta o una sostanza priva di proprietà medicinali. Tutti gli studenti tornarono portando qualcosa tranne Jivaka che rientrò solo dopo alcuni giorni ed a mani vuote, dicendo che non aveva trovato nulla che non possedesse proprietà curative. Fu l’unico a superare l’esame”.
Questa storia testimonia uno dei principi fondamentali in Ayurveda, ovvero che non esiste nulla al mondo che non possa essere usato come medicamento.
 
Discepolo e maestro
La formazione del medico secondo la tradizione, segue il metodo di apprendimento vedico: memorizzazione del testo e del commento con l’integrazione da parte dell’insegnante. Tale metodo si rivela proficuo nel contesto ayurvedico, perché la conoscenza medica è molto vasta e la capacità della mente umana di richiamare rapidamente i concetti acquisiti limitata. Il discepolo ed il suo Maestro (Guru) vivevano per molti anni a stretto contatto ed il discepolo era tenuto a rispettare il guru come i propri genitori, se non di più, perché il maestro gli permetteva di “rinascere”. Facendo ricorso ad una metafora ayurvedica di tremila anni fa: così come un uccello ha bisogno di due ali per volare, “l’uccello” della medicina ha bisogno delle due ali della teoria e della pratica.
Imparare i principi fondamentali di una dottrina e poi approfondirne uno degli aspetti, significa acquisire due “ali”, due dimensioni del sapere. La terza dimensione, “la coda” dell’uccello della medicina, che come un timone lo guida nell’aria, è il rapporto che l’allievo instaura con il guru, che dovrebbe fungere da modello per tutti i suoi rapporti futuri.
 
Ashoka, il re compassionevole
Nel 326 a.C. Alessandro Magno invase il nord dell’India, e benchè sia molto probabile che la scienza medica indiana fosse già conosciuta in Grecia, questo evento segnò il primo contatto veramente documentato fra le due culture.
Nel III sec. a.C. una grande figura emerge e dà nuovo impulso alla grande Scienza della vita: Ashoka (traduzione: “senza dolore”), imperatore di uno stato talmente vasto da comprendere quasi tutta l’India del nord, si convertì al buddismo e spinto dalla compassione verso tutti gli esseri senzienti, fece costruire in tutto il regno ospedali (fra cui anche presidi chirurgici) e luoghi di cura, diede incremento alla coltivazione di piante medicinali affinché tutti potessero servirsene. Di questa iniziativa rimangono a testimonianza numerose incisioni su pietra che riportano i famosi Editti di Ashoka. Egli contribuì alla diffusione del buddismo e creò un regno pacifico dove fiorirono la tolleranza e la compassione.
Ashoka inoltre inviò molti missionari buddisti negli altri Stati affinché diffondessero la conoscenza dell’Ayurveda, e questo avvenne anche dopo la scomparsa del grande imperatore così come testimonia il manoscritto Bower. Il manoscritto Bower prende il nome del suo primo possessore che lo acquistò nel 1890 nei pressi del deserto del Takla Makan, e venne redatto secondo gli studiosi fra il 500 ed il 550 a.C. 
Il manoscritto è in realtà costituito da sette trattati, di cui due sulla medicina ayurvedica che hanno importanti parti in comune con gli antichi testi medici sanscriti. Il manoscritto è oggi conservato alla Bodleian Library di Oxford.
 
La scienza della vita all’apogeo
Sembra poi che nei successivi imperi dei Gupta e dei Maurya, esistessero medici sia statali sia privati mentre era sempre presente ovunque la figura del medico del villaggio. Molte università famose fiorirono e la diffusione del sapere comprendeva ogni branca delle scienze: Nalanda e Benares divennero centri fondamentali e punti di riferimento per chi voleva studiare l’Ayurveda. Tra il VII ed il VIII sec. d.C. si assiste al culmine della gloria medica indiana e molti medici vengono chiamati in Medio Oriente per offrire il loro insegnamento ed esperienza.
Ma questa epoca d’oro della cultura indiana subisce un drammatico arresto quando iniziano le invasioni delle popolazioni musul­mane nel nord dell’India. Le continue guerre, le violenze e le scorrerie causano il disperdersi delle scuole ayurvediche e quindi il decadimento dell’Ayurveda stessa. Gli invasori distrussero le università e ne incendiarono le biblioteche. Chi riuscì a salvarsi fuggì in Nepal o nella regione del Tibet ed è per questo motivo che alcuni testi ayurvedici sono giunti a noi solo nella traduzione tibetana.
 
La rinascita con i Mogul 
Nella seconda metà del 1500, Akbar (terzo imperatore Mogul) il più grande ed illuminato e grande patrono delle arti e dell’architettura, ordinò la compilazione del sapere medico indiano.
Era già da tempo che gli europei acquistavano le pregiate spezie indiane e soprattutto nel XVI e XVII secolo in seguito all’apertura di vie commerciali sicure con l’Oriente, gli occidentali scoprirono il fascino della grande cultura indiana.
Ma gli scambi non furono sempre proficui, gli europei introdussero in India la sifilide, che fu descritta per la prima volta nel testo Bhavaprakasa (letteralmente "illuminazione degli intendimenti") con il nome di “morbo dello straniero” in onore ai portoghesi che ne avevano diffuso il contagio.
Le cose iniziarono a deteriorarsi ed una crescente intolleranza intellettuale sfociò nel 1835 quando Lord Macaulay decretò che in tutte le aree governate dalla Compagnia delle Indie dovesse essere promossa solo la cultura europea. Solo la medicina occidentale fu considerata legittima, fu scoraggiato e duramente perseguito il ricorso alle pratiche tradizionali. Vennero chiuse le Università e gli ospedali dove si praticava l’Ayurveda.
Un altro momento difficile ma nonostante tutte le difficoltà la cultura originaria non andò perduta, il popolo indiano mantenne sempre viva la fiamma della tradizione.
 
La grande arte della chirurgia
Nel diciannovesimo secolo, i tedeschi tradussero un estratto del grande testo Sushruta Samhita, riguardante un intervento di ricostruzione del naso che già era previsto nei tempi antichi. 
Ad oggi i chirurghi della tradizione Ayurveda considerano Sushrutl padre della loro arte. va ricordato al proposito che in India i chirurghi ayurvedici eseguivano elaborati interventi già nel diciottesimo secolo.
La chirurgia ben descritta nel trattato di Sushruta, portava però in sè il seme dell’impurità ovvero il contatto da parte del medico con il sangue ed altre sostanze corporee, e pare essere questa una delle cause che la portò al declino dell’arte chirurgica indiana.
Infine, con l’indipendenza raggiunta dall’India nel 1947 l’Ayurveda ebbe non solo il suo momento di rinascita ma anche di appoggio incondizionato da parte.
 
BOX
Oggi l’Ayurveda è una delle sei scienze mediche praticate in India ufficialmente riconosciute dal governo; le altre sono l’allopatia (conosciuta come medicina moderna), l’omeopatia, la naturopatia, la unani, la siddha (una forma di Ayurveda praticata nella zona sud dell’India dalla popolazione Tamil) e lo yoga. A livello governativo queste scienze sono rappresentate dall’AYUSH emanazione del Ministero della Salute Indiano. Oggi istituti ed università statali tengono corsi di formazione professionale e rilasciano diplomi in Ayurveda. Accanto a questo però vive ancora un’Ayurveda tradizionale che viene tramandato di padre in figlio, e rappresenta una fonte preziosa ed intatta.
L’Ayurveda è perfettamente integrata nel sistema sanitario dell’India. In India sono registrati nel 2006 circa 668.000 medici allopati, più o meno come gli Stati Uniti, ma con una popolazione quadrupla: va ricordato però che nella realtà indiana si aggiungono al conto circa 444.000 medici ayurvedici (dati del Medical Council of India & Central Council of Indian Medicine, Dept. of AYUSH, Ministery of Health and Welfare, Government of India). Inoltre il sistema sanitario ayurvedico conta circa 22.100 farmacie centrali, 2.189 ospedali con 33.145 posti letto, circa 230 scuole a livello universitario e 8.400 produttori di farmaci.

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