Storia dell'Ayurveda, parte prima

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"Poiché nei tempi antichi l'Ayurveda è stato concepito e insegnato da alcuni saggi, certi studiosi sostengono che l'Ayurveda ha un inizio. In effetti non è così, non si conosce un periodo in cui l'Ayurveda non fosse esistente e dopo il quale venne alla luce. Come il calore del fuoco e la liquidità dell'acqua, l'Ayurveda o scienza della vita è cosa innata e per esistere non ha bisogno di alcuno sforzo da parte degli umani".
(Caraka Samhita Su. – XXX,27)
 
L’Ayurveda è un vasto sistema terapeutico molto complesso ed il più antico di cui si abbia notizia, ed è l’unico che vanti una così imponente letteratura in lingua sanscrita. La sua dottrina risale ad un epoca molto lontana e la sua sistematizzazione al 1500/2000 a.C. circa (anche se gli studiosi parlano di un tempo ancora più remoto) . Letteralmente il termine Ayurveda designa il sapere, la scienza (veda) che concerne la vita (Ayus).
 
Secondo gli studi più accreditati l’ Ayurveda prende origine dalla tradizione dei Veda, i sacri testi sapienzali dell’India e le prime tracce di un sapere medico organizzato sono rintracciabili in particolare nell’Atharva Veda e risalgono con ogni probabilità a prima del V sec. a.C. Quello che è giunto fino a noi è purtroppo frammentato e di provenienza incerta, ma gli esperti concordano nel distinguere due grandi periodi: il periodo vedico ed il periodo post-vedico o delle grandi Samhita (1).
Nel periodo vedico tre tipi di divinità hanno a che fare con le malattie, quelle benefiche e guaritrici come i gemelli Asvin, simili per vari aspetti ai Dioscuri greci; demoni che provocano la malattia, come i Rakshas che fanno abortire e Dei che possono sia alleviare la malattia che provocarla, come Rudra.
 
L’uomo con il suo comportamento sbagliato provoca quindi le forze della natura, nel soggetto che viola intenzionalmente od accidentalmente l’ordine cosmico, in colui che non esegue in modo corretto il rituale vedico oppure commette azioni moralmente negative, la malattia insorge come una conseguenza naturale ed inevitabile a meno di applicare i rimedi prescritti nei Veda.
 
La medicina vedica quindi era basata soprattutto sulle pratiche rituali mediante le quali le divinità malevole che avevano preso sede nel corpo umano potessero venire placate ed allontanate. Tale pratiche erano supportate dalla recita di mantra, da amuleti, medicine, filtri etc., mostrando quindi una prevalenza dell’elemento magico.
Questo elemento suggestivo persiste attraverso tutta la Medicina Indù, esso forma parte del suo approccio “psicosomatico” al compito di guarire. (Nella medicina classica è controbilanciato, come vedremo, col tempo, da una crescente enfasi sulla teoria razionale, basata in generale sugli “umori” attivi nel metabolismo del corpo umano, e sull’efficacia di quei cibi ed erbe che sono ritenuti corrispondenti loro in natura.)
 
Non è difficile constatare che fra l’Atharva Veda e la medicina vi siano molti elementi comuni, in particolare il lessico anatomico, l’uso di alcune piante officinali, alcuni dati di fisiologia e patologia, ma è evidente che si presentano entrambi come saperi “sacri” rivelati dalla divinità ed eternamente validi.
L’Ayurveda affonda le sue radici qui, gli stessi testi classici di medicina confermano esplicitamente tale legame: “ Quando ci si chiede quale fra i quattro Veda è seguito dai dotti in medicina, la risposta è che i medici ripongono la loro devozione nell’ultimo fra i quattro, perché esso tramanda una terapia fatta di offerte, benedizioni, oblazioni, pratiche di buon auspicio, sacrifici, osservanze religiose, espiazioni, digiuni, mantra, e così via. Questa terapia è prescritta per giovare alla longevità” (C.S. Su. XXX, 20-21)
 
Nel periodo post-vedico le conoscenze curative vennero sistematizzate ed organizzate sotto forma di trattati chiamati Samhita. Storicamente parlando in questo periodo avvengono grandi cambiamenti, grazie all’influenza del Buddismo e di altre correnti filosofiche ed ascetiche, si passa con un vero e proprio salto da quello che era un sistema medico di tipo magico/rituale a quello che è un sistema medico vero e proprio, di tipo empirico razionale; empirico poiché si basa sull’osservazione e razionale poiché ricerca la logica all’interno dei fenomeni terreni come nell’organismo umano. Non vi è più quindi un Dio malevolo che manda le malattie, ma si cerca di stabilire una serie di circostanze logiche per spiegare i fenomeni e le malattie.
 
Si pensa che gli asceti fossero in realtà i primi depositari e ricercatori in campo medico, essi erano più vicini alla natura, potevano osservare le reazioni naturali per es. degli animali ammalati che in alcune circostanze si cibavano solo di alcune erbe e così via, quindi studiavano e conoscevano profondamente le piante ed i loro poteri.
Queste personalità svilupparono una grande conoscenza pratica delle arti in medicina in un periodo oscillante tra 2000 e 2500 anni fa,ed è quindi grazie a loro che sorse un nuovo sistema medico, la medicina degli asceti itineranti che si guadagnavano da vivere con la loro scienza, girando per i villaggi, curando le ferite ecc.
 
Da tutte queste conoscenze emergono i grandi testi della Medicina Ayurvedica, ve ne sono diversi ma i più antichi sono la Caraka Samhita (VI a.C) ossia la compilazione (raccolta, collezione) di Caraka e la Susruta Samhita (II a.C.). Sono grandi testi medici che esprimono una conoscenza ed un sapere non solo medico ma di natura più elevata culturale, sociale e spirituale, sono considerati grandi testi di conoscenza.
 
C’è differenza fra questi testi, innanzitutto non si sa se veramente siano stati scritti da questi autori e se fossero Caraka e Susruta, ma fosse invece frutto del lavoro collettivo di una scuola di pensiero, ma sicuramente il termine Caraka indica anche una scuola di medici. Caraka significa “colui che si sposta di luogo in luogo” i Caraka erano quindi i medici itineranti che viaggiavano per i villaggi ed il territorio. La principale differenza fra Caraka e Susruta (significa “colui che ha ben ascoltato”), è che quest’ultimo redige un testo che dà molta importanza alla chirurgia, Susruta è considerato il capostipite della scuola della chirurgia mentre Caraka lo è per la scuola di medicina.
 
Vi è poi un terzo autore che completa la “grande triade” dei classici ayurvedici è Vagbhata, (significa “il Signore della parola”) sembra essere stato un bramino poi diventato buddista, nacque al nord e scese verso il sud dove poi rimase. Vagbhata e la sua opera sono tenuti in grande considerazione proprio nella zona sud dell’India; egli prende il meglio e le parti più essenziali delle due grandi opere a lui precedenti e lì concentra tutto il sapere codificandolo in un aspetto più tecnico, lasciando quindi da parte tutte le speculazioni filosofiche.
 
A lui sono attribuiti l’Ashtangahridaya (Cuore delle otto membra “della medicina”) e l’Ashtangasamgraha (Compendio al Cuore delle otto membra “della medicina”) composti presumibilmente verso il 600 d.C.; queste due opere hanno la stessa struttura e molte parti in comune, ma la prima è molto più breve della seconda. Talvolta si è voluto vedere nella prima una sorta di riassunto della seconda; a volte la seconda viene vista come uno sviluppo della prima. I commentatori si riferiscono all’autore dell’Ashtangasamgraha come a “ Vagbhata il Vecchio” e all’autore dell’Ashtangahridaya semplicemente come a “ Vagbhata”; da ciò si potrebbe dedurre che l’Ashtangasamgraha sia stato composto prima dell’Ashtangahridaya, ma non tutti gli studiosi contemporanei accettano questa interpretazione.
 
Esistono da sempre contestazioni sull’antichità dei testi, datare un’opera indiana è sempre un’operazione assai complicata, gli studiosi indiani tendono ad accentuarne l’antichità anche per rivendicare la priorità dell’Ayurveda rispetto alla medicina ippocratica, mentre presso gli occidentali si assiste all’operazione inversa. L’Ayurveda è un grande corpo unico di conoscenza, esiste un corpo originale ma, nel tempo e nei secoli, è stato fatto un grande lavoro di cambiamento ed i concetti fondamentali a volte sembrano contrastare e cambiare di significato nei due testi. Lo sforzo è sempre quello di trovare l’unità. Vi è stato un periodo in cui molti Re della zona sud dell’India convertiti al buddismo si prodigarono per sviluppare la scienza dell’Ayurveda in tutto il territorio. La dottrina ayurvedica come la conosciamo noi oggi deriva da queste grandi opere a tutt’oggi testi di studio negli ambiti ayurvedici e nelle Università indiane.
 
1 Samhita= lett. trattato/compilazione/raccolta
 
LE ORIGINI DIVINE DELL’AYURVEDA
I primi paragrafi della Caraka Samhita parlano delle origini dell’Ayurveda.
Si dice che un tempo un gruppo di uomini santi e sapienti, i risi, che vegliavano sul benessere dell’umanità si incontrarono per dibattere “riguardo le malattie che consumavano gli uomini”. La storia racconta così: “ Quando ebbero origine le infermità, che si accompagnarono agli impedimenti dell’austerità, del digiuno, dello studio, della conoscenza e dei voti delle anime incarnate, allora i nobili saggi, artefici del benessere, compassionevoli anzitutto nei confronti degli esseri viventi, tennero consiglio sui sacri pendii dell’Himalaya. Il nostro corpo quale strumento per conseguire i quattro obbiettivi della vita, cioè il Dharma (la virtù, legge), l’Atra (i beni terreni), il Kama (desiderio) e il Moksa (liberazione), è soggetto alle malattie che lo emaciano e causano grandissima pena. Queste infermità sono gravi impedimenti alle nostre attività terrene e conducono ad una morte prematura. Di fronte a simili avversari, come può l’uomo essere felice? E’ necessario quindi trovare rimedi per siffatti disagi.”
Dopo aver posto questo dilemma all’apparenza insolubile e sconfinato, i saggi iniziarono a meditare e compresero che la sola saggia autorità che avrebbe potuto dare loro una soluzione era il dio Indra, il signore degli Dei vedici. Il primo rishi che parlò fu Bharadvaja, cui fu assegnato il compito di avvicinare il Dio Indra.
“Bharadvaja, il potente asceta, cercando la scienza della longevità, avendo fede in lui, incontrò Indra, il signore degli Dei, meritevole di preghiera. Prajapati (il progenitore) fu il primo ad ottenere la Scienza della vita così come promulgata da Brahma (l’Uno, il Supremo, il Creatore), e da lui essa fu consegnata ai gemelli Asvin (Dei gemelli medici). Dagli Asvin passò poi ad Indra. In seguito Bharadvaja fu invitato ad incontrare Indra”
Allora Bharadvaja consegnò la “sapienza della vita” a tutti i rishi. Atreya Punarvasu la consolidò ed in seguito la trasmise ai suoi sei discepoli, uno dei quali era Agnivesa. La conoscenza di Agnivesa, alla fine, venne sintetizzata nella raccolta medica nota come Caraka Samhita.
A questa mitologia la tradizione di Susruta (più orientata verso la chirurgia) ne affianca un'altra. Il dio Indra si dice, rivelò la scienza chirurgica a Divodasha sovrano di Kashi (antico nome dell’odierna città di Benares), quando questi viveva in eremitaggio. Divodasa è considerato come un’incarnazione del dio Dhanvantari, patrono dell’Ayurveda. Siffatto lignaggio alla fine culminò nella tradizione classica di Susruta della chirurgia e della medicina ayurvedica. Così come la scuola di Atreya e di Bharadvaja si specializzò nella medicina generica, quella di Dhanvantari si specializzò nella chirurgia. Nell’India antica Dhanvantari era considerato il dio o il patrono della medicina classica, un rango che mantiene tuttora tra i medici ayurvedici contemporanei. La maggior parte delle pitture e delle sculture lo rappresenta con una coppa di amrita (il nettare della vita), i sacri testi, una sanguisuga, un coltello, le erbe medicinali. Questi oggetti, che simboleggiano l’intero campo della medicina e della chirurgia, servono da modello d’ispirazione che abbraccia il passato ed il presente.

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