Il potere dei mantra

Published in Spiritualità

Il potere dei mantra

Ernesto Iannaccone
 

tratto da “Medicina Ayurvedica - Guarigione e ricerca della Verità” - FN Editrice

I mantra sono forse “l’invenzione” più riuscita dell’Oriente. La vita di un indiano o di un tibetano è scandita dal susseguirsi dei mantra, formule complesse e semplici sillabe dotate di significati molteplici o del tutto spoglie di significato comprensibile.

I mantra hanno invaso anche l’Occidente usando come avamposto i centri di meditazione, le scuole di yoga, i circoli della spiritualità alternativa.

Sono entrati nella vita delle casalinghe, dei manager in carriera, dei semplici impiegati, degli sportivi e degli artisti che li usano di sovente con fini del tutto opposti rispetto a quelli per i quali erano stati concepiti in origine.

Non è facile, peraltro, nemmeno stabilire che cosa sia un mantra: formula verbale dal significato recondito, pura energia sonora, nome di un dio, porta di ingresso in altre dimensioni, chiave di attivazione di energie sottili. Forse tutte queste cose, forse nessuna di esse. Mi piace pensare che i mantra siano “parola silenziosa” per eccellenza, una definizione paradossale ma non peregrina, come si vedrà più avanti.

In India si dice che un buon modo per comprendere la natura di un oggetto, concreto od astratto, sia quello di studiare l’origine del suo nome sanscrito.

Il sanscrito è un idioma artificiale creato per esprimere concetti di natura filosofica e spirituale. Esso è la lingua del vero più che del concreto: esprime l’essenza delle cose, la loro verità interiore, peculiare ed eterna. Ed il termine mantra ha diverse possibili etimologie. La più comune è quella che lo fa derivare dalla radice verbale man “pensare”, e dal suffisso - tra, che denota la strumentalità. Il mantra sarebbe dunque uno “strumento di pensiero”, qualcosa che viene usato in modo silenzioso, a tu per tu con se stessi. Un’etimologia secondaria ma altrettanto interessante è quella che lo vuole derivato dalla radice verbale √mna, “recitare” o “sussurrare”. Da un punto di vista storico, la seconda etimologia è più antica, l’altra è più recente. Il Veda è definito con amnaya, ciò che va recitato. E mantra è la porzione in versi dei Veda, arcana e poetica, ben distinta dai Brahmana, la parte in prosa il cui scopo è quello di delucidare il significato degli inni poetici. Il mantrin è il consigliere del re, colui che gli sussurra a bassa voce il da farsi durante le udienze e le riunioni.

Possiamo concepire il silenzio introverso, espresso dalla radiceman, e la parola estroversa, espressa dalla radice √mna, come i due estremi di una linea immaginaria lungo la quale si collocano, variamente situati, i diversi darshana o “visioni” della filosofia indiana. Vicini al polo del silenzio troviamo il sistema dello yoga di Patanjali e le “stanze di mezzo” di Nagarjuna (1). Al polo opposto troviamo invece il ritualismo vedico propugnato dalla scuola della Mimansa e dai testi esegetici chiamati Brahmana.
Generalmente la pratica del silenzio implica l’astensione dall’attività e rinuncia al mondo, mentre la pratica della parola sottintende coinvolgimento nell’azione e presenza nel mondo. Non a caso la via del silenzio è il sentiero prediletto degli asceti e dei sannyasin, coloro che hanno deposto il fuoco rituale simbolo di ogni attività mondana. La via della parola è invece il sentiero di quanti hanno scelto di operare all’interno della società. Tradizionalmente il devoto del silenzio risiede nell’aranya, la foresta o spazio disabitato, mentre l’adepto della parola dimora nel grama, la comunità degli uomini. L’anacoreta conduce un’esistenza che è oltre le leggi stabilite dalla collettività, il ritualista è vincolato da esse.

Nel corso dei secoli l’India ha saputo creare mantra per tutto lo spettro delle infinite possibilità situate lungo la linea immaginaria che unisce i reami del silenzio e della parola. Ogni condizione umana (e non solo!), ogni stadio e stato dell’esistenza ha i suoi propri mantra.

Da dove vengono e quanti sono i mantra? Un maestro zen giudicherebbe i quesiti assurdi e darebbe una risposta spiazzante. I mantra, infatti, non sono una realtà univoca, non costituiscono un insieme coerente. Tuttavia essi possiedono, tutti, un elemento in comune: sono formati, senza eccezioni, a partire dalle lettere dell’alfabeto sanscrito. Quest’ultimo è chiamato matrika, la matrice. Secondo la teoria tantrica miliardi e miliardi di possibili mantra sono iscritti in forma immanifesta nella matrice, destinati ad emergere al momento del big-bang iniziale della creazione. Afferma un antico testo tantrico:

La matrice, madre dell’universo, sconosciuta alle creature, è colei che dà origine a tutti i mantra ed i tantra.

L’alfabeto sanscrito è la sorgente non soltanto dei mantra ma anche della creazione materiale. Le due cose, i mantra e gli oggetti del creato, non sono entità distinte l’una dall’altra. Suono e materia sono due aspetti complementari della medesima realtà. Il suono rappresenta un’energia primordiale che si organizza nella molteplicità delle forme concrete. Come la combinazione delle lettere crea le parole, così la combinazione delle energie sonore crea la varietà degli oggetti. In questo senso si può affermare che i mantra sono dei suoni primordiali perché precedono e determinano l’emergere delle forme fisiche (divinità incluse) cui si riferiscono. È il pulsare di quell’energia sonora ad aver causato lo scoppio della matrice dalla quale sono emersi i mantra, i suoni primordiali. Dal successivo processo di condensazione è nato l’universo ed hanno avuto origine le creature. Il potere dei mantra consiste nel loro essere imbevuti dell’immensa energia creativa da cui è scaturita e continua a scaturire la vita. Conoscere i mantra, saper gestire i mantra, dunque, equivale ad esercitare il controllo sui meccanismi fondanti della realtà. Per questo motivo, spiega la tradizione indiana, la scienza dei mantra era il segreto meglio custodito degli dei: gli uomini se ne sono impadroniti e l’hanno fatto proprio. Se si vedono così le cose, bisogna ammettere che i mantra non sono stati creati: essi possono essere conosciuti, impiegati, ma mai fabbricati. Il kavi, il poeta vedico, è colui che vede i mantra come forme lucenti all’interno del suo proprio essere, dona loro la sonorità viva della propria voce e li esprime in forma poetica facendo uso di metri eleganti. Non a caso il mantra più celebre, recitato ogni giorno da milioni di indiani, porta il nome del metro nel quale è composto, la Gayatri.

Il mantra vedico è classicamente composto da due parti: un ric, o insieme di strofe poetiche, ed un saman, la melodia che avvolge e dispiega i versi. Simbolicamente, il ric ed il saman rappresentano la terra ed il cielo dalla cui unione ha origine il mondo. Nella cerimonia nuziale ancora oggi in India lo sposo canta alla sposa il seguente mantra tratto dai Veda:

Io sono il respiro vitale e tu la parola: tu sei la parola ed io il respiro vitale. Io sono l’aria e tu la strofa, io sono il cielo e tu la terra. Uniamoci e dalla nostra unione possa nascere un figlio.

Dette queste parole l'uomo abbraccia la donna e la avvolge con il proprio corpo, così come il cielo avvolge la terra da ogni lato, così come la melodia avvolge il verso.

In alcune parti dei Veda, come il Rig Veda, le strofe sono dominanti rispetto la melodia. In altre, come il Sama Veda, è la melodia a fare la parte del leone. Negli inni del Sama Veda i versi vengono scomposti nelle singole parole o unità sillabiche, spezzettati e ricombinati sino a perdere il loro significato coerente. Li avvolge, poi, una melodia ripetitiva e roca, basata su sette toni principali e su una serie infinita di semitoni. La recitazione e l’ascolto del Sama Veda inducono una sorta di trance, uno stato quasi ipnotico che nei tempi antichi era favorito dalla contemporanea assunzione di sostanze allucinogene, come il succo spremuto dalla pianta di soma. I frammenti di mantra presenti nel Sama Veda prendono il nome di sthoba, “suoni gioiosi”.

Eccone alcuni esempi: as, has, phat, pnya, up, hai, vava. Si tratta come è evidente di suoni “puri”, privi di qualsiasi pretesa semantica e come tali spogli di valore comunicativo lineare, porte aperte verso il regno del non-verbale, il luogo appunto, della parola silenziosa. Dagli sthoba del Sama Veda ai bija mantra o “mantra semi” della tradizione tantrica il passo è breve, se non immediato. I bija mantra sono così detti perché l’energia sonora è contenuta in essi in forma di seme, pronta a germogliare grazie alla ripetizione che ne fa il devoto. Una differenza, però sostanziale, fra gli sthoba del Sama Veda ed i bija mantra del tantrismo induista è che i primi vengono recitati, i secondi ripetuti mentalmente. I mantra vedici vengono lanciati, per così dire, nell’universo esterno, i mantra tantrici sono invece proiettati nello spazio interiore. La cultura vedica è estroversa, quella tantrica introversa.

Ma la differenza è poi così reale?

Dopotutto i confini tra la dimensione interiore e quella esteriore sono più arbitrari che effettivi, così come dell’aria che sta all’interno di un recipiente non si può dire che appartenga al dentro o al fuori. In una cerimonia tantrica detta nyasa, “deposizione”, l’adepto recita mentalmente dei mantra depositandoli con il pensiero o con i gesti sul corpo di una statuetta, reale o mentale, che raffigura una divinità. La deposizione dei mantra anima la statua che da effige si trasforma in divinità viva. In questo rituale i confini tra il reale e l’immaginario, tra l’oggettivo ed il soggettivo, sono assai sfumati se non inesistenti.

I mantra sono in grado di evocare l’oggetto cui si riferiscono perché ne costituiscono l’essenza più profonda, l’anima vibratoria. La ripetizione mentale del mantra corrispondente ad un dio evoca quella stessa divinità nel corpo della persona intenta alla pratica devozionale. Se si medita sul nome di Shiva, si diviene Shiva. Se si medita sul nome di Vishnu, si diviene Vishnu. La divinità si risveglia all’interno di colui che diviene uno con il suo nome. È questo il grande potere dell’attenzione intensa e focalizzata.

Se si vuole cercare una differenza tra i mantra vedici ed i mantra della meditazione yogica o tantrica, bisogna trovarla, a mio avviso, nella diversa finalità con cui essi vengono usati. Nella cerimonia vedica il mantra è parola di potere che ordina e dispone la realtà oggettiva secondo le modalità desiderate dal sacerdote, mentre nella meditazione il mantra è strumento salvifico che traghetta l’anima individuale dalla dimensione del divenire a quella dell’essere. Esso opera il cambiamento decisivo nell’area della coscienza e non nell’area della materia.

Il mantra più celebre della tradizione indiana è l’OM, che è definito anche come il pranava o “sillaba vibrante”. Si tratta senza dubbio di un mantra molto antico, ben attestato nelle Upanishad più arcaiche, come la Chandogya:

Questa sillaba è la più elevata tra le essenze. Essa è il Sommo.

e negli Yoga Sutra di Patanjali:

Ciò che esprime il Signore è la sillaba vibrante.

Dal punto di vista grammaticale il fonema Om consiste di quattro elementi, le lettere A, U, M (2) ed una vibrazione nasale conclusiva chiamata chakra-bindu o “puntino sulla luna”.Il mantra Om: recitarlo e meditare sul suo significato è una delle pratiche spirituali più importanti

A, che si pronuncia con la bocca aperta, simboleggia l’estroversione, l’apertura al mondo e, secondo la Mundaka Upanishad, lo stato di veglia. M si pronuncia con la bocca totalmente serrata e rappresenta lo stato di chiusura completa nei confronti del mondo esterno, il sonno profondo. U costituisce un suono intermedio e simboleggia lo spostamento dell’attenzione mentale dal mondo esteriore a quello interiore, l’esperienza del sogno. Il chakra-bindu corrisponde alla dimensione trascendentale (Turiya) che è presente celata all’interno degli altri stati. Veglia, sonno e sogno sono movimenti dinamici della coscienza, ognuno esclusivo degli altri due. Turiya invece è sempre presente e coesiste con gli altri tre; semplicemente si trova su di un piano diverso. Veglia, sogno e sonno sono paragonabili ad immagini di un film che si muovono e mutano in continuazione. Turiya è invece lo schermo bianco, sempre uguale a se stesso, sola entità autentica ma paradossalmente fuori di vista.

La recitazione dell’Om e la meditazione sul suo significato costituiscono pratiche spirituali considerate fra le più conduttive al risveglio interiore. La Mundaka Upanishad afferma:

L’Om è un arco, l’anima una freccia e l’assoluto il bersaglio. Bisognerebbe divenire uno con l’assoluto come la freccia è uno con il bersaglio.

Il mantra Om è usato tradizionalmente per segnalare il passaggio dalla parola mondana a quella sacra e viceversa. Ciascuna recitazione dei Veda (parola sacra per eccellenza), infatti, inizia e si conclude sempre con l’Om . Esso simboleggia dunque l’entrata e l’uscita dal regno della parola non convenzionale, come una porta girevole che si apre sull’infinito.

Il potere dei mantra viene attribuito, come si è detto, al loro essere inerenti alla divinità stessa. Talvolta, come ci racconta la seguente storia del Ramayana, il poema epico più antico dell’India, la loro energia è superiore a quella del dio cui si riferiscono.

Rama, incarnazione umana del dio Vishnu, è alla ricerca della moglie Sita che è stata rapita dal demone Ravana e trasportata a forza nel palazzo reale dell’isola di Sri Lanka. Rama ha un grosso problema: per raggiungere Sita deve superare il braccio di mare che divide l’India da Sri Lanka. Per fortuna ha con sé un valido alleato: il popolo delle scimmie, capitanato dal fedele Hanuman. Per superare l’ostacolo posto dall’acqua le scimmie decidono di costruire un ponte fatto di pietre e dietro istruzione di Hanuman procedono nel modo seguente: ognuna di esse prende una pietra ed esclamando “Rama!” la getta nel mare. Le pietre così consacrate rimangono miracolosamente a galla e l’una dopo l’altra vanno a formare il ponte. Vista la scena, Rama decide di imitarle: prende una prima pietra e la getta nel mare, ma quella affonda.Perplesso ci riprova, ma anche la seconda e la terza pietra vanno a fondo. Allora capisce: non aveva pronunciato il proprio nome! La parola Rama possedeva un potere di cui Rama in persona non disponeva!

Vorrei concludere menzionando una scoperta affascinante del celebre indologo Frits Staal. Questo ha osservato che gli antichissimi canti del Sama Veda, costituiti da lunghe sequenze di mantra, riproducono in tutto e per tutto le strutture e le tonalità del canto degli uccelli che popolano le regioni nord-occidentali dell’India. In altre parole dunque gli antichi poeti avrebbero ascoltato il canto degli uccelli e lo avrebbero riprodotto nei loro inni sacri. Stando a questa ipotesi i mantra non sarebbero più creazione umana ma piuttosto suoni della natura. Il canto degli uccelli, e perché no, il canto delle balene, sono mantra. La creazione intona la sua canzone di gioia con la voce di tutte le creature, grandi e piccine, visibili ed invisibili. I mantra sono l’espressione sonora dell’amore che pervade l’universo, energia pulsante che prorompe dal cuore di ogni essere, senza un motivo, sufficiente a se stessa, pienezza che emerge dalla pienezza.

 

(1) Nagarjuna è il filosofo che mette in crisi tutte le certezze basate sulle idee e sugli stereotipi mentali. Ciò che rimane al termine della sua opera di sistematica ablazione delle costruzioni intellettuali è solo il silenzio. Si rifletta sulla seguente proposizione tratta dalla sua opera Madhyamaka karika o “Le stanze di mezzo”:

Benefica è la pacificazione di ogni gesto di presa, beneficio è l’acquietamento della pluralità delle parole e dei fenomeni.
(2) La grammatica sanscrita prevede che la vocale O possa essere scomposta nelle due componenti A e U. Il dittongo AU costituisce la vriddhi o “forma rinforzata” della vocale O.

 

  • Dr. Ernesto Iannaccone
    Dr. Ernesto Iannaccone

    Medico Specialista in igiene e medicina preventiva, si occupa di Āyurveda dal 1985.
    Si è formato con lunghi periodi di soggiorno e di studio in India presso svariate istituzioni ospedaliere ed universitarie.

    Esperto in sanscrito e nella traduzione di testi classici.

    È autore di diversi libri sull’Ayurveda.

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