AYURVEDA E PSICOTERAPIA

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L’importanza dell’interazione psicologica fra medico e paziente e il gioco fra cognizione, emozioni e comportamento è molto ben descritto nell’approccio medico ayurvedico. La consapevolezza della necessità terapeutica di questa modalità venne molto tempo prima della psicanalisi occidentale, e definisce profondamente le nostre metodologie psicoterapiche.
 
La relazione con il paziente secondo l’Ayurveda, è molto vicina nei suoi modi alla psicoterapia moderna; entrambe le visioni presumono che lo squilibrio di un paziente derivi dalla distorsione o errore delle percezioni sensoriali e/o dalla loro integrazione ed elaborazione a livello centrale,  risultando quindi in un’errata comprensione e condivisione della realtà.
 
L’uomo interagisce con l’ambiente attraverso i cinque sensi, i cui impulsi sono convogliati verso il sistema nervoso centrale dove sono elaborati ed integrati, attraverso connessioni con memorie associative, in un complesso modello di realtà. Sulla base di questo modello l’uomo apprende ed elabora informazioni che consentono alla fisiologia di reagire adeguatamente all’ambiente circostante ed agli stimoli ricevuti. Questa relazione determina la struttura psicologica individuale e conseguentemente la salute psicofisica e l’equilibrio generale dell’organismo. Quindi la salute mentale dipende dalle relazioni che un organismo stabilisce con l’ambiente.
 
Sia l’Ayurveda che la medicina Ippocratica condividono questa visione. Ippocrate, l’antico medico greco considerato il capostipite della medicina occidentale, aveva ben chiara questa impostazione ed infatti dichiarava che: “non è tanto importante conoscere la malattia quanto conoscere chi è ammalato”, puntando quindi l’attenzione sull’uomo nel suo insieme piuttosto che sui singoli sintomi presi indipendentemente. La medicina moderna al contrario, in un paradosso guidato dalla fiducia eccessiva nella tecnologia e da un suo uso distorto, anche se condivide l’evidenza della relazione mente-corpo da un punto di vista scientifico, la nega nella pratica clinica, là dove fisiologia e psicologia sono tenute separate, trattate e curate indipendentemente. L’Ayurveda diversamente dalla medicina moderna occidentale, agisce globalmente su questi aspetti. Essa determina prima di tutto l’attitudine psicofisica individuale ossia la natura dell’individuo, chiamata Prakriti, ne definisce poi la sua deviazione, detta Vikriti e, bilanciando i Dosha (le tre energie primarie secondo l’Ayurveda), tratta contemporaneamente mente e corpo attraverso rimedi che includono anche scelte e cambiamenti nella vita e soprattutto nella sua percezione. Inoltre, l’Ayurveda insegna come guidare consapevolezza e coscienza attraverso l’uso dei Mantra e della Meditazione.
Un simile approccio implica che il paziente debba prendere su di sé la responsabilità della propria vita, un comportamento questo spesse volte dimenticato dalla medicina moderna là dove il paziente delega al medico la propria salute, il medico a sua volta delega la diagnosi ad uno strumento ed entrambi infine il processo di guarigione ad un farmaco. L’Ayurveda invece guida il paziente, verso la conoscenza della propria natura e su come utilizzare nel modo più appropriato la mente, a modificare quindi l’interazione con l’ambiente, la sua percezione al fine di raggiungere uno stato ottimale di salute. In una parola cambiare la vita, le abitudini e le percezioni che hanno deviato il percorso di salute.
La psicoterapia occidentale tende a questo risultato attraverso l’analisi e la consapevolezza del “qui ed ora”. Il risultato principale del processo terapeutico è “un’azione” che cambiando la vita del paziente e la percezione della stessa, ne muta la consapevolezza. L’idea generale è che la terapia sia un processo di apprendimento. 
Nella Bhagavad-Gita, poema antico di migliaia di anni contenente il meglio della filosofia indiana, la relazione fra Sri Krishna ed Arjuna è un perfetto esempio di moderno intervento psicoterapico mirato alla correzione di uno schema comportamentale difettoso, e mostra come l’effetto dell’ambiente sulla mente sia inversamente proporzionale alla forza della mente stessa.
La Bhagavad-Gita, così chiamata perché riporta le parole del glorioso e beato Signore (bhagavan), è in forma di poema epico un grande trattato di filosofia e feconda sintesi fra le correnti filosofiche più importanti dell’India. Insieme alle Upanishad e al Brahma-Sutra è una delle tre autorità riconosciute dal Vedanta. Si tratta di un opera di poesia mistica in cui vengono narrati gli episodi di una guerra civile che ebbe luogo nell’India settentrionale tra due rami della stirpe regnante di Hastinapura, una lotta fra parenti che si contendevano il regno. Sul campo di battaglia prima che la lotta abbia inizio l’arciere Arjuna è in preda allo sconforto poiché vede su entrambi i lati i suoi stessi parenti e non vuole combattere. Allora Krishna (l’essere divino in umana forma) inizia a spiegare ad Arjuna come superare paura e debolezza offrendo una via di liberazione. Arjuna rappresenta l’individuo in lotta che sente il peso ed il mistero del mondo, e nei vari capitoli dell’opera, Krishna attraverso varie fasi e analisi filosofiche lo conduce alla soluzione. Vari sono i campi di investigazione ma essenzialmente Krishna indica ad Arjuna la triplice via delle opere (karma), della devozione (upasana) e della conoscenza (jnana). Secondo la B.Gita è tramite l’agire che siamo messi in relazione con il resto del mondo ed il retto agire è quello che concorre alla liberazione dell’individuo ed alla perfezione dello spirito. 
“Né, in verità, gli esseri incarnati possono astenersi completamente dall’agire” (XVIII 11)
 
Sulla terra non vi è mai quiete, tutto è vita continua. Il principio fondamentale è l’unità dell’Universo e il nostro scopo è essere ed agire nel mondo, l’agire mantiene efficiente il circuito dell’universo e ciascun individuo dovrebbe sforzarsi di fare del suo meglio affinché si conservi tale. 
La Gita ci chiede di agire in modo da non essere vincolati dall’azione stessa, ogni azione deve essere compiuto con un movente puro, escludendo dalla propria mente le ombre sottili dell’egoismo, il desiderio di simpatia e di approvazione. Qualunque cosa compiamo dobbiamo farla non sottomessi ad una legge esteriore, ma in obbedienza alla determinazione interiore della libertà dell’anima. Questo è il tipo più elevato di azione. Secondo Aristotele “Chi agisce secondo le proprie convinzioni è il migliore, mentre chi agisce sottomesso all’opinione altrui è inferiore al primo” (Etica,I 4 7) La B.Gita crede nella libertà umana ed infatti Krishna, dopo aver illustrato l’intera filosofia di vita, chiede ad Arjuna di “agire come preferisce”  (XVIII 63) lasciando che egli si assuma piena responsabilità della propria azione.
Come muoverci al meglio? 
In relazione all’ambiente sociale occidentale, si propone quindi un approccio psicoterapeutico integrato che possa unire la gestione della consapevolezza del paziente tipica dell’Ayurveda e del sistema filosofico indiano, con la gestione di principi tipicamente occidentali quali la riduzione del senso di colpa, la riassicurazione ect. Lo scopo di quella che potremmo chiamare “Psicoterapia Ayurvedica” sarà quindi permettere all’uomo di affrontare i problemi di tutti i giorni e dare così alla mente abbastanza forza per mantenere in equilibrio il complesso corpo-mente prevenendo l’insorgere di squilibri e malattie.

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