Lunga vita in Italia con l’Ayurveda

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Ora iniziamo a parlare di longevità - Charaka Samhita, ca V sec. a.C.

 

A colloquio con Antonio Morandi, Medico Ayurvedico, neurologo, Presidente Fondatore della Società Scientifica Italiana di Medicina Ayurvedica e Direttore della Scuola e Centro di Medicina Ayurvedica “Ayurvedic Point” di Milano.

Un ricercatore affascinato da un’antica arte medica che cura l’uomo nel suo aspetto fisico, psichico e spirituale, con l’obiettivo di promuovere salute e longevità.

Il dott. Antonio Morandi, dopo circa venti anni di ricerca nel campo delle neuropatologie ha approfondito la conoscenza della Medicina Tradizionale Indiana fino a conseguire il titolo di Vaidya, medico Ayurvedico.

Abbiamo chiesto ad Antonio Morandi di ricostruire le tappe più salienti del suo percorso professionale, evidenziando le sue passioni di sempre e gli aspetti che lo hanno portato a specializzarsi in Āyurveda.
Scopriamo così una filosofia complessa e una Scienza millenaria i cui principi - racchiusi in antichi libri di medicina - anticipano le scoperte scientifiche più recenti.
Ecco allora i risvolti innovativi e le potenzialità dell’Āyurveda.

Una medicina moderna e al contempo una conoscenza rivelata, i cui tanti segreti - ancora custoditi da antiche famiglie di Vaidya - sono tramandati da padre in figlio.

 

Dott. Morandi c’è stata un’esperienza in particolare o una passione giovanile che ha caratterizzato la sua formazione?

La ricerca è stata la mia passione di sempre: ricordo che il primo microscopio l’ho ricevuto in dono all’età di sei anni in occasione dell’Epifania.
Mentre durante gli studi universitari ciò che più mi affascinava era il meccanismo di distacco dalla realtà dei pazienti affetti da diverse neuropatologie.

Così, nel 1978, ho iniziato l’attività di ricerca nel laboratorio del Dipartimento di Neurologia dell’Università di Firenze, l’ateneo dove mi sono poi laureato e specializzato.

Quindi, dall’86 all’89, ho lavorato negli Stati Uniti come responsabile del laboratorio di colture cellulari della Divisione di Neuropatologia presso la Case Western Reserve University di Cleveland, in Ohio. Un’esperienza importante continuata con rapporti di consulenza anche presso altre Istituzioni scientifiche fino al 1999.
Dieci anni durante i quali ho proseguito la ricerca in Italia occupandomi di malattie come l’Alzheimer e, dal ‘94 al ‘98, ho seguito pazienti affetti da demenza senile all’Istituto Geriatrico Redaelli di Milano, lavorando anche in laboratori di aziende farmaceutiche.

 

Lei è neurologo e ricercatore. Perché e come è diventato Vaidya?

Come neurologo e ricercatore mi sono occupato di invecchiamento cerebrale e di malattie croniche e degenerative. Tutti disturbi ampiamente trattati dall’Āyurveda, che da millenni indaga sulla relazione tra corpo e mente.
Perciò, all’inizio degli anni ‘90 - spinto dalla necessità di trovare un punto di unione tra i vari aspetti della mia ricerca sperimentale, clinica e psicologica - ho iniziato la formazione in Āyurveda con un importante periodo di training con il Dr. Raju della Maharishi Vedic University.
Mentre ho conseguito il titolo di Āyurveda Vaidya al termine di un programma di studi quadriennale svolto tra il Joytinat International College of Ayurveda, in Italia, e l’Ayurveda Academy di Pune, in India. Infine, mi sono specializzato all’Ayurvedic Institute Ashtavaidyan Thaikat Moss', in Kerala, India in Panchakarma, una terapia di disintossicazione molto intensa e radicale che deve essere praticata da un medico esperto.

Nel 2001 ho fondato insieme con Carmen Tosto, terapista Āyurveda e insegnate Yoga, la Scuola Ayurvedic Point certificata ISO 9001 che offre la possibilità di seguire corsi quadriennali con indirizzi separati, per medici o per terapisti.

Nella scuola insegnano 16 docenti quasi tutti medici che seguono rigorosamente la tradizione medica Ayurvedica.

Il Centro Ayurvedic Point ha segnato un punto di svolta nella mia attività di ricercatore e attualmente collaboriamo con Università italiane e straniere su progetti di ricerca clinica e sperimentale nel campo dell’Āyurveda e abbiamo presentato progetti di ricerca anche alla Comunità Europea.

Inoltre, promuovere e coordinare le iniziative della Scuola e svolgere l’attività di insegnante sono per me importanti occasioni di crescita professionale e di costante aggiornamento. Ogni anno infatti vado in India con gli allievi per approfondire la conoscenza di quei concetti di Āyurveda ancora trasmessi oralmente dai discendenti di due antiche famiglie di Vaidya, gli Alathyoor Nambi e i Thaikatt Moos.

 

Dott. Morandi che cos’è l’Āyurveda?

È la Medicina Tradizionale Indiana, seguita in tutto il mondo da circa 2 miliardi di persone, insegnata in decine di Università, praticata in migliaia di Ospedali e riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).
Il termine sanscrito Āyurveda deriva dall’unione delle parole Ayu (vita) e Veda (conoscenza).
Quindi l’Āyurveda è la Scienza della conoscenza della vita. Una medicina che intende la vita come continua interazione tra corpo, organi di senso, mente e anima, ma che è anche una filosofia.

Una disciplina articolata e complessa centrata sui concetti di salute psicofisica, di prevenzione e di stile di vita e che pone l’accento sia sull’importanza del rapporto tra uomo e ambiente sia sull’individuazione e lo studio dei genotipi che rendono ogni organismo un’espressione unica e irripetibile.

L’Āyurveda ha 8 branche:
  • Kayacikitsa (medicina interna),
  • Kaumarabhritya (pediatria),
  • Graha (psichiatria),
  • Urdhvanga (chirurgia della regione sopraclavicolare),
  • Shalya (chirurgia generale),
  • Agada (tossicologia),
  • Rasayana (scienza del ringiovanimento),
  • Vajikarana (scienza della fertilità).

 

Come sono spiegati questi concetti nei testi antichi?

Con il principio dei Tridosha. Secondo l’Āyurveda il Creato è il risultato della combinazione di tre principi fondamentali: i dosha Vata, Pitta e Kapha, derivati dalla combinazione dei cinque elementi: etere, aria, fuoco, acqua e terra.

Vata

Vata - combinazione di etere ed aria - è il principio del movimento e controlla tutto ciò che si muove, perciò nel corpo umano regola per esempio gli impulsi nervosi, le peristalsi e il respiro

Kapha

Kapha - combinazione di acqua e terra - è il principio della coesione e della stabilità e regola la crescita e il mantenimento dell’integrità dell’organismo

Pitta

Pitta - combinazione di fuoco e acqua - è il principio della trasformazione e governa la digestione e le funzioni metaboliche.

La differente combinazione dei dosha nell’organismo umano definisce la costituzione individuale, detta in sanscrito Prakriti, un concetto che possiamo assimilare a quello di genotipo poiché in grado di esprimere caratteristiche psicofisiche, predisposizioni e “punti deboli” che è importante conoscere per prevenire l’insorgenza di malattie.

 

Come è arrivato all’Āyurveda, ricorda un momento in particolare?

Sono arrivato all’Āyurveda in seguito a una riflessione che risale agli anni di ricerca in America.

Una riflessione che mi ha portato all'Āyurveda, la scienza delle relazioni
Ricordo un giorno in particolare: ero in laboratorio e osservavo una coltura di cellule miocardiche di ratto. Le cellule crescevano bene e conservavano la tipica contrattilità spontanea, così mi sono chiesto il perché anche se avevano tutte le informazioni necessarie per formare un cuore, in realtà non costituivano l’organo ma crescevano piatte sul fondo del disco di coltura.
La risposta alla mia domanda è stata che mancava il resto del ratto ovvero quelle informazioni ambientali capaci di attivare le funzioni adattive necessarie. Una riflessione che mi ha condotto all’Āyurveda, la scienza delle relazioni.

Secondo questa medicina, infatti, l’organismo non è un insieme di organi ma è il risultato di un sistema di relazioni. Ed è proprio quest’ultimo a definire gli organi in forma e funzione.
 

Quindi per l’Āyurveda gli organi sono di importanza secondaria?

Sì, gli organi sono secondari poiché l’Āyurveda pone l’accento sulle relazioni tra ogni parte del corpo e fra questo e l’ambiente esterno.
Gli organismi allora sono il risultato di un processo di adattamento e di continua omeostasi funzionale e somatica con l’ambiente.
Per questa ragione nei testi classici ayurvedici gli organi non sono descritti morfologicamente, ma vengono invece trattati nel dettaglio i sistemi di comunicazione e scambio come, per esempio, la pelle che è descritta in ogni suo strato e con la medesima meticolosità vengono indicati differenti tagli chirurgici, gli stessi che la chirurgia moderna adotta ancora oggi.

Anche la descrizione embrionale è perfetta. I medici ayurvedici conoscevano in modo approfondito l’anatomia umana eppure tralasciavano di proposito la descrizione degli organi non ritenuta fondamentale. Una simile concezione mi ha fatto vedere da una prospettiva diversa i concetti di salute e di malattia.

Che cos’è quindi la malattia e da cosa è determinata? La malattia è disordine mentre il bilanciamento dei tre dosha può essere considerato un ordine naturale. Negli organismi c’è un costante equilibrio fra ordine e disordine, salute e malattia. Errate abitudini, stili di vita e alimentazione ma anche stress e repressione emozionale sono fattori che sbilanciano l’equilibrio dei dosha. Questi ultimi, “aggravandosi”, producono un’alterazione della fisiologia e del metabolismo cellulare portando così alla produzione di tossine - dette in sanscrito Ama - che ostruiscono i sistemi di comunicazione che collegano tutti i tessuti del corpo.

La malattia quindi è alterazione di informazione. In termini biomedici le tossine descritte dall’Āyurveda, ricordano i radicali liberi, attualmente considerati fra i principali responsabili di malattie, invecchiamento e fenomeni degenerativi. Ama significa letteralmente cibo non cotto, un termine che riconduce la provenienza delle tossine a un errore del processo digestivo, infatti Charaka scrive che:

...ogni cosa, incluse salute e malattia, longevità e decadenza, felicità ed infelicità, dipendono dal cibo e da come esso viene digerito...

I concetti ayurvedici di “digestione” e di “cibo” sono perciò molto più ampi di quelli moderni. Per cibo s’intende tutto ciò che l’organismo trasforma da eterologo in omologo compresa, per esempio, l’aria respirata e le percezioni sensoriali.
In ogni istante della vita allora si introduce nel corpo, unitamente al “cibo”, anche un insieme di informazioni che “digerite” e trasformate in omologo diventano parte dell’organismo stesso, e ciò avviene a diversi livelli ovvero su un piano fisico, mentale e spirituale.

 

Quali sono i metodi di cura dell’Āyurveda?

La medicina Ayurvedica ha quattro obiettivi:
  • prevenire e curare le malattie;
  • mantenere la salute;
  • promuovere la longevità.

Scopi perseguibili con varie modalità terapeutiche a seconda dello specifico bisogno individuale:

  • alimentazione,
  • rimedi farmacologici,
  • trattamenti fisici e disintossicanti,
  • pulizia dei sensi,
  • correzione dello stile di vita,
  • educazione della mente.

L’Āyurveda è quindi molto di più di una semplice medicina poiché indica stili di vita all’insegna della regolarità e in armonia con le componenti di attività, nutrimento e riposo che insieme contribuiscono a mantenere la salute.

 

Cosa s’intende per salute in Āyurveda?

Salute in sanscrito si dice Svastha, che significa essere stabile nella condizione propria a se stessi.
Secondo Sushruta, celebre medico ayurvedico (V sec. a.C.): 

...sano è colui che ha umori, il fuoco digestivo, i componenti tissutali e le funzioni escretorie ognuno in buon equilibrio, e che ha lo spirito, i sensi e la mente sempre compiaciuti...

definizione che considera i tre principali aspetti della vita di ogni persona: corpo, mente e spirito.

L’OMS ha fatto proprie queste parole enunciando che

La salute non è solo assenza di malattia ma uno stato di pieno benessere fisico, psichico e sociale.

 

Quali sono i principi e le modalità terapeutiche?

In Āyurveda ogni schema terapeutico viene scelto in base alla costituzione del paziente, Prakriti, secondo il principio che il simile aumenta il simile e diminuisce il dissimile, un concetto che permette di definire l’Āyurveda come una medicina allopatica alla stregua della medicina moderna.

Molto più complessa è la logica della scelta terapeutica che si differenzia dalla fitoterapia classica e dalla medicina moderna. In Āyurveda infatti non si considerano i principi attivi delle erbe ma le loro qualità secondo un sistema analogico, poiché le caratteristiche di una pianta sono la manifestazione dell’intelligenza intrinseca nella Natura.
Così, per esempio, le foglie dal bordo dentellato del Tarassaco ricordano la possibilità di tagliare una forma piana e liscia, qualità tipiche del dosha Kapha che, se in eccesso, provoca gonfiore e ritenzione idrica. Il Tarassaco infatti ha proprietà drenanti riconosciute. L’Āyurveda ci insegna una logica di cura universale che è possibile seguire anche praticando la medicina ufficiale e usando farmaci di sintesi.

 

Come curare in modo ayurvedico con i farmaci di sintesi? Può fare un esempio pratico?

Caso tipico è la cura dell’ipertensione, un disturbo che clinicamente può manifestarsi in vario modo a seconda della costituzione del paziente. Così, per esempio, se un soggetto iperteso presenta un quadro con digestione lenta, gonfiore e ritenzione idrica, da un punto di vista ayurvedico il farmaco ipotensivo più adeguato avrà proprietà diuretiche e drenanti capaci di equilibrare un eccesso tipico del dosha Kapha.
Al contrario, se il paziente ha uno squilibrio Vata - che si manifesta con iperattività, secchezza e ansia - è più adatto un farmaco con proprietà tranquillizzanti che placano un eccesso di Vata.
Perciò, curare in modo ayurvedico con i farmaci di sintesi permette di personalizzare la terapia e di ottimizzare i risultati. Un percorso esperibile grazie ai principi dell’Āyurveda che ancora una volta anticipano la ricerca scientifica evidenziando le potenzialità della farmacogenomica.

 

In conclusione, che cosa le ha dato o restituito l’Āyurveda?

Mi ha dato un’occasione unica di crescita professionale e spirituale e un’altra prospettiva attraverso la quale guardare ogni cosa. Mi ha restituito un rapporto più intenso e vero con i miei pazienti e il piacere di essere medico.

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