Vedere il mondo attraverso la pelle

Published in Pratica Ayurvedica

Vedere il mondo attraverso la pelle

Dr. Antonio Morandi e Carmen Tosto 

Twacha è il termine sanscrito che viene più frequentemente utilizzato in Āyurveda per indicare la pelle.
La parola Twacha deriva da Twach-Savarne Shatu che significa “ciò che copre i tessuti in modo omogeneo” e quindi ciò che copre il corpo.

L’Āyurveda presta un’attenzione particolare alla pelle; essa è infatti assieme al cuore la sola struttura a possedere negli antichi testi classici una dettagliata, e sotto molti versi strabiliante, descrizione della struttura anatomica e non solo funzionale.
Strabiliante perché queste descrizioni appartengono a testi di epoca remota e risulta incomprensibile come potesse essere nota in quel tempo la struttura anatomica microscopica.

In questi testi è descritto come la formazione della pelle abbia origine a livello fetale per effetto dei Dosha, o principi biofunzionali.

Nel Charaka Samhita, antico testo di medicina ayurvedica databile intorno al III-V sec. AC, la formazione degli strati della pelle è descritta utilizzando la metafora del latte in ebollizione:

così come nel riscaldare il latte si formano strati di crema sulla superficie, in modo simile a livello embrionale, i (Dhatu) tessuti formano i diversi strati della pelle del corpo

e prosegue descrivendo così come la “panna” si formi in strati e gradualmente aumenti di spessore, così come i vari strati della pelle formata a livello embrionale si fondano generando così la pelle matura che riveste il feto pienamente sviluppato.

Gli strati della pelle

L’Āyurveda riconosce quindi sei strati della pelle, sette per alcuni, che sono riconoscibili nei cinque strati dell’epidermide descritti oggi dalla moderna anatomia più il derma e, contando il settimo strato, al sottocutaneo.

Avabhasini

L’Āyurveda distingue infatti uno strato superficiale, Avabhasini, che vuol dire letteralemte “manifesto” o “risplendente”, che non ha infatti un colore proprio ma riflette quello degli strati sottostanti mostrando quindi all’esterno lo stato di salute e corrisponde agli strati corneo e lucido nell’anatomia moderna.

Lohita

Vi è quindi un secondo strato chiamato Lohita, che significa “colore del ferro incandescente”, che esprime lo stato di salute del sangue e la presenza o meno di tossine (Ama) nello stesso e corrisponde al moderno strato granuloso.

Sweta

Il terzo strato della pelle secondo l’Āyurveda si chiama Sweta, che significa “bianco” e che bilancia il colorito della pelle, esso corrisponde allo strato spinoso della moderna descrizione anatomica dove si insinuano i melanociti che determinano il colore della pelle.

Tamra

Il quarto strato è chiamato Tamra, che significa “color del rame” ed è lo strato che nutre gli strati soprastanti, il suo equilibrio è fondamentale per la salute della pelle e corrisponde allo strato basale.

Vedini

Il nome del quinto strato è Vedini, il cui significato è “perforante”, ma viene tradotto anche con “percipiente” o “colui che conosce” che dà ragione sia della conformazione anatomica dello strato papillare del derma a cui corrisponde, che della presenza in questo strato dei recettori nervosi e sensoriali.

Rohini

Il sesto strato è denominato Rohini e questo è il nome, nella mitologia indiana, sia della moglie di Krishna che di quella di Vasudevaed: in entrambi i casi si riferisce ad una donna con grandi funzioni di accoglimento, accudimento cura e coordinazione. Infatti questo è lo strato che supporta la rigenerazione e la guarigione ed è corrispondente al moderno strato reticolare del derma.

Mamsadhara

È descritto inoltre un altro strato da alcuni autori considerato il settimo e da altri invece visto come il supporto dei sei strati della pelle; è chiamato Mamsadhara, ovvero “il confine con la carne” ciò che conferisce stabilità e fermezza alla cute ed è corrispondente allo strato sottocutaneo.

 

La composizione e la struttura della pelle

Nell’antica conoscenza ayurvedica è inoltre molto chiara la composizione biochimica della pelle; nel Sushruta Samhita, un altro antico testo di Āyurveda particolarmente famoso poiché tratta anche gli aspetti chirurgici e la chirurgia plastica, è infatti detto che il corpo è fatto di materia untuosa, indicando con questa affermazione la proprietà principale dei lipidi e del fatto quindi che siano il primo costituente strutturale dell’organismo. Il dettaglio della conoscenza degli aspetti anatomo funzionali della pelle arriva così in profondità al punto di descrivere minuziosamente i tempi di assorbimento degli oli medicati attraversi i vari strati dell’apparato tegumentario.

La pelle secondo l’Āyurveda è formata nella sua struttura anatomica principalmente da quei tessuti definiti dai Dosha Pitta e Kapha anche se funzionalmente essendo la pelle sede del senso del tatto, è invece riferibile primariamente a Vata. La pelle infatti fornisce un primo livello di difesa meccanica dagli agenti esterni ed ha un ruolo fondamentale nella termoregolazione e nella sorveglianza immunitaria, tutti ruoli in cui i Dosha Pitta e Kapha sono primariamente coinvolti.

Dosha Vata e il senso del tatto

Tuttavia il senso del tatto con tutti i recettori coinvolti (si ritiene che per ogni centimetro quadrato di pelle vi siano 5000 recettori) è determinato nella sua funzionalità dal Dosha Vata.

La nostra percezione dei limiti corporei, della nostra interazione ed intelligibilità con l’ambiente esterno e quindi della sua esplorazione e rappresentazione è direttamente gestita dal Dosha Vata. Per una migliore comprensione di questo principio così importante per la nostra vita ricordiamo brevemente gli elementi che caratterizzano e compongono il Dosha Vata. La funzionalità del Dosha Vata è determinata dalle proprietà degli stati della materia, elementi o panchamahabutha, da cui è definito, che sono i più leggeri e rarefatti, ovvero Akasha (etere) e Vayu (aria). Ne consegue che le qualità espresse, ovvero la percettibilità delle proprietà di questi stati della materia, siano legate alla separazione e quindi all’attenzione principale al contatto.

Le qualità di Vata sono infatti, oltre leggerezza, movimento, diffusibilità, ad esempio la ruvidità ovvero quella particolare sensazione creata dalla irregolarità del contatto stesso, il freddo secco, determinato dallo spazio e distanza o la secchezza data dall’irregolarità del contatto. Quindi il senso del tatto con cui è possibile discriminare l’esistenza o meno di percezione con una superficie, è dato dalla funzionalità intrinseca del Dosha Vata.

La funzione di contatto

Nell'immagine un'opera di Pramod Thakur

La funzione di contatto è un elemento fondamentale per la vita sia a livello microscopico (contatti fra le molecole e fra le cellule) che macroscopico e definisce la nostra forma nello spazio oltre la capacità di interagire e conoscere. Senza la funzione di contatto niente è possibile.
Possiamo immaginare ad esempio una cellula senza nucleo, ma non senza membrana, la cellula cesserebbe immediatamente di esistere come tale.
Così comprendiamo quanto sia importante la pelle e le sue funzioni negli individui.

La definizione della nostra capacità di interagire con l’esterno determina la rappresentazione non solo del mondo ma di anche noi stessi ed ha quindi un’importanza determinante nello sviluppo psicologico e sociale dell’individuo, nonché del suo stato di salute globale, essendo la salute, secondo la visione dell’Āyurveda, la capacità di resilienza di adattarsi cioè agli stimoli ed ai cambiamenti che avvengono all’esterno.

La pelle specchio dello stato di salute

Non solo, la pelle è un vero e proprio specchio e come tale indicatore dello stato di salute dell’individuo; il suo colore, la radianza e la luminosità sono espressioni dello stato di salute generale. L’Ayurveda usa il termine Ojas per indicare uno stato di salute ed immunitario ottimale, il significato letterale di Ojas è “ciò che dona lustro”. Questo significato è molto suggestivo e descrive qualcosa che non ha soluzioni di continuità e che quindi è impenetrabile e le cui difese sono perfette.
Lo stato di Ojas viene percepito dallo stato generale dell’individuo e in particolare modo dalla sua pelle. È evidente come la cura della pelle in Āyurveda non sia quindi qualcosa di superficiale e limitato al solo trattamento locale della cute ma ci racconta di come la bellezza sia un’espresisone ed una conseguenza diretta dello stato di salute e non un singolo elemento indipendente.

Un'attenzione speciale per la pelle fin dalla nascita

Anche i nostri stati emotivi e mentali hanno ovviamente un riflesso diretto sulla pelle. L’Āyurveda ha quindi un’attenzione speciale per la pelle e la sua cura sia anatomica che funzionale viene adottata fin dai primi momenti di vita. Nel Charaka Samhita, antico testo ayurvedico, è infatti indicato come subito dopo la nascita e la resezione del cordone ombelicale sia necessario rimuovere la vernice caseosa, un'azione che viene chiamata in sanscrito ulva parimarjan e viene eseguita attraverso l'applicazione e delicato massaggio con una mistura a base di ghee (burro chiarificato) e sandalo. Quindi al neonato non viene subito fatto un bagno ma viene utilizzato un materiale lipidico. Questo atto viene rinforzato dalla successiva e costante applicazione sulla sommità della testa, in corrispondenza della fontanella bregmatica, Brahmarandhra in sanscrito, di ovatta imbevuta di Bala Taila, una formulazione classica a base di olio di sesamo medicato principalmente con Sida Cordifolia. L’importanza di questa azione è notevole in quanto crea una barriera isolante e previene l’ipotermia da conduzione, un notevole rischio perinatale. Il cranio del neonato rappresenta una superficie notevole rispetto al corpo nel complesso e può essere sorgente di grande perdita di calore. Al momento opportuno poi il neonato verrà massaggiato con Bala Taila su tutto il corpo e solo in seguito verranno eseguiti i bagnetti con acqua tiepida medicata con decotti di erbe ad attività prevalentemente antibatterica quali ad esempio la corteccia di Ficus Religiosa L. e di Ficus Bengalensis L., entrambi efficaci contro l’Escherichia Coli, o la radice di Flemingia Panicolata utile contro lo Staphylococcus Aureus. Il Bala Taila ha inoltre proprietà neurotoniche e previene i possibili disordini di Vata Dosha.

L'oleazione

L’uso di oli medicati e altre sostanze lipidiche per massaggi e trattamenti sia ai fini del mantenimento che del recupero dello stato di salute, è ritenuto di grandissima importanza in Āyurveda. Il razionale di questa particolare pratica sta proprio nell’aspetto funzionale della pelle che deve sempre essere conservato in perfetto ordine, quindi Vata non deve mai eccedere o comunque sbilanciarsi.
L’ eccesso di Vata porta ad un aumento delle sue qualità che divengono dannose per il funzionamento della pelle e quindi dell’organismo. Un eccesso di secchezza e ruvidità infatti porta ad un indebolimento delle difese meccaniche ed immunitarie nonché ad un’alterazione del sensorio che distorce la percezione del reale.

Ad una osservazione microscopica un aumento delle caratteristiche di Vata a livello della membrana cellulare è tipico della descrizione degli effetti della cosiddetta perossidazione lipidica, processo di ossidazione dei fosfolipidi di membrana causato da radicali liberi contenenti ossigeno molecolare. Durante questo processo la membrana cellulare viene alterata strutturalmente e perde le sue caratteristiche di fluidità, diviene quindi più “secca”, e diminuisce la resistenza elettrica con conseguente compromissione funzionale.

Il Dosha Vata tende continuamente ad aumentare nell’organismo sia in seguito a stimoli ambientali sia al naturale incremento entropico dovuto naturalmente all’invecchiamento. Irregolarità comportamentali, sbalzi meteorologici, stress di vario tipo, inquinamento, etc. sono tutti elementi che aumentano la presenza del Dosha Vata nell’organismo. Per mantenere sotto controllo quest’aumento e cercare di modulare la funzionalità del Dosha Vata, l’Āyurveda propone varie strategie igieniche, comportamentali e terapeutiche, fra cui l’impiego di oli medicati sulla pelle attraverso massaggi e trattamenti mirati.

L’ effetto dell’olio sulla pelle non rimane in superficie ma penetra in profondità generando effetti benefici per l’intero organismo. Nel Charaka Samhita sono definiti i meccanismi attraverso cui il massaggio esercita il suo meraviglioso effetto.

Vata domina nell’organo di senso del tatto, e quest’organo ha la sua sede nella pelle. Il massaggio è di gran beneficio per la pelle; perciò andrebbe praticato regolarmente.
(C.S. Su.V, 87)

Inoltre in Āyurveda l’oleazione di corpo e testa è prevista nella routine igienica quotidiana (chiamata Dinacharya) e, sempre nel testo classico ayurvedico Caraka Samhita, viene detto:

Se una persona pratica regolarmente il massaggio d’olio, il suo corpo non risente di ingiurie o del lavoro più duro. La sua struttura fisica diventa forte, flessibile ed attraente. Mediante questa pratica il processo dell’invecchiamento è rallentato.
(C.S. Su.V, 88-89)

La pratica dell’oleazione, dell’ungere e lubrificare il corpo all’esterno, ma anche all’interno, viene chiamata Snehana. Questa parola deriva dalla radice snih che significa “aderire, essere attaccato, avvolgere” ma significa anche “voler bene”, “provare amore” indicando quindi sia la percezione soggettiva di avvolgimento e accudimento che deriva dall’oleazione, sia quella di modulare la funzione oggettiva fisiologica del contatto e della percezione dei confini e della forma della realtà. La terapia Snehana agisce quindi a livello fisico e psicologico ed aiuta a equilibrare l’attenzione fra l'interno e l'esterno, un meccanismo questo fondamentale che consente al complesso di corpo/mente/spirito di ritrovare flessibilità, memoria cognitiva e quindi salute, ovvero in definitiva la capacità di adattarsi alle variazioni ambientali.

Di fatto qui in occidente viene chiamato in maniera impropria “massaggio ayurvedico” ciò che si riferisce in realtà ad una tecnica di “oleazione” vera e propria, con applicazioni e modalità specifiche e che vede la sua vera ragione d’essere solo se inserita nel contesto di una terapia ayurvedica.
Le qualità (Guna), l’azione (Karma) e la potenza (Virya) delle sostanze oleose medicate sono fondamentali nella corretta applicazione della terapia.

La preparazione di un olio ayurvedico è estremamente complessa ed è necessario porre una particolare cura e rispetto delle regole, tradizionalmente intere generazioni di famiglie si tramandano ricette e formulazioni speciali. Tutto è da sempre eseguito secondo le indicazioni degli antichi e classici testi ayurvedici, tutto è già così perfetto avendo superato la prova del tempo attraverso migliaia d’anni d’esperienza.
Di solito l’olio di base più usato è quello di sesamo, ma secondo le indicazioni sono utilizzati anche olio di cocco, di senape, di ricino, ma è possibile anche usare grassi di derivazione animale. Secondo l’Āyurveda la sostanza oleosa ha un’azione che non è confinata alla sola pelle. L’olio e le sostanze che vengono “cotte” insieme con questo, penetrano attraverso la pelle e raggiungono i differenti elementi tissutali del corpo. Gli oli medicati agiscono quindi su tutti i tessuti ma soprattutto su plasma, sangue e tessuti muscolari; aumentano così le capacità digestive del corpo e dei tessuti e si attiva la loro capacità metabolica.
Ovviamente, sulla base di quanto detto prima, le caratteristiche della pelle di un individuo riflettono quella della sua costituzione, (Prakriti) e dei sui disturbi (Vikriti). In considerazione delle caratteristiche dei Dosha avremo quindi ovviamente diversi tipi di pelle. La pelle Vata è generalmente secca, sottile e vulnerabile agli effetti della stagione secca e ventosa; la pelle Pitta è chiara, si arrossa facilmente è fotosensibile, presenta spesso nei e/o lentiggini; la pelle Kapha è naturalmente grassa, chiara ma non fotosensibile come il tipo Pitta, è fresca, spessa e morbida. I disturbi si manifesteranno come un eccesso delle qualità del tipo di pelle in esame, e quindi eccessiva secchezza con screpolature per Vata, infiammata per Pitta, eccessivamente grassa con presenza di impurità per Kapha.

 

 

 

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