La Triphala nella tradizione erboristica europea

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La Triphala (“i tre frutti”) è senz'altro uno dei composti principali e più conosciuti della medicina ayurvedica: rasayana equilibrato, detossificante e tonico per l'intestino, nonché ottimo astringente per uso esterno, è formato dalla polvere dei frutti essicati di Amalaki (Emblica officinalis o Phyllantus emblica), Haritaki (Terminalia Chebula) e Bibhitaki (Terminalia belerica).
Sconosciuta dai medici dell'antichità greca e latina, la sua comparsa della Triphala e dei suoi componenti in Occidente non è però un fatto recente, legato alla diffusione della medicina tradizionale indiana degli ultimi decenni. 
 
L'uso e la conoscenza dei “tre frutti” risale infatti al Medioevo, quando in Europa furono rese accessibili, a partire dalle prime traduzioni di Costantino l'Africano, le opere mediche, erboristiche e filosofiche arabe: tra di esse, molte sono in realtà “riscoperte” (come nel caso delle conoscenze e delle opere mediche di Ippocrate e Aristotele, Dioscoride e Galeno), ma tante sono anche le novità: primi fra tutti, i “semplici”, erbe medicinali e spezie fino ad allora sconosciute agli europei e che i medici arabi e persiani hanno a loro volta imparato a conoscere ed usare dai vaidya indiani. 
Tra di loro, la cannella, la canfora, lo zenzero, i chiodi di garofano, la noce moscata, le perle, l'ambra, il muschio e la Triphala; o meglio, “le” Triphale, ché i composti che portano questo nome sono almeno tre (ma in realtà molti di più): la Tryphera minor, la Tryphera major e la Tryphera saracenica). 
Gli arabi ne hanno storpiato il nome in “tryphera” o “triphera”, forse per l'assonanza con il greco τρlφερον (= delicato) (così come l'amalaki è diventato “emleg”), ma ai physici europei questo non dà difetto: ne cantano le lodi quale potente elettuario da usarsi per purgare sangue e fegato da umori putridi di varia natura, quale lassativo, febbrifugo, tonico, e ancora (e soprattutto) come potente rasayana o come base per altrettanto efficaci elixir ringiovanenti.
I “tre frutti” che entrano nella farmacopea europea medioevale, a voler essere precisi, sono in realtà cinque: tanti sono infatti i “mirabolani” (dal greco μuρον=profumo e βàλανος=ghianda) giunti fino in Europa: oltre ad amalaki, bibhitaki e haritaki (noti rispettivamente come mirabolani emblici, bellerici e chebuli), i libri dei “semplici” elencano anche i mirabolani citrini (Terminalia citrina) e indici (Terminalia indica), usati tanto quanto i “tre frutti” per eccellenza.
“Esistono molti tipi di mirabolano, ma sono tutti freddi e secchi (quelli definiti citrini lo sono al secondo grado) - scrive Matteo Plateario nel suo Circa instans, composto a metà del XII secolo – I mirabolani sono frutti di alberi che crescono in India. Anche se hanno la stessa forma, possiedono nature e qualità diverse, esattamente come le prugne”. Infatti, spiega subito dopo, “gli autori affermano che tutti i mirabolani purgano l'umore collerico, ma che alcuni sono più efficaci di altri. I citrini purgano in primo luogo l'umore collerico e poi la flegma. Per i chebuli è esattamente il contrario. 
Gli indici purgano l'umore malinconico e l'umore collerico. Infine sia gli emblici che i bellerici purgano sia la flegma che l'umore collerico”. 
Nello stesso periodo, nel suo Antidotarium Nicola di Salerno dà la ricetta della (di una) “tryphera sarrasenica”, utilizzata “contro di dolori di fegato, l'itterizia, la febbre terzana e doppia e per restituire la vista persa per causa calda”: è composta da mirabolani citrini, bellerici ed emblici, cassia, tamarindo, rabarbaro, manna, violetta, miristica, anice e finocchio.
Ma già un secolo prima Alfano I Arcivescovo, preside della Scuola Medica Salernitana, nel suo De quattuor humoribus consigliava l'assunzione di “triphera saracenica con acqua calda” nel pomeriggio “all'ora terza” nel trattamento dei disturbi legati all'eccesso di sangue viziato ma senza febbre, e ugualmente nelle malattie dovute ad un eccesso di bile rossa viziata.
Ancora, nel suo De conservanda juventute composto intorno al 1300, il famoso medico catalano Arnaldo da Villanova dà la ricetta di una triphera “che giova ai malinconici, ai furiosi, agli oppilati, agli essicati, ai rugosi, alla collera rossa e alla nera degli ipocondriaci, al caldo delle parti estreme, al rossore degli occhi, a quelli che incanutiscono, a quelli che patiscono mal di stomaco e batticuore”: “Piglia sei once di mirabolani citrini, sei grammi di chebuli, sei dramme di emblici e sei di bellerici, una dramma di mastice , una di anice e una di semi di finocchio, mezza dramma di spigo (Nardostachys jatamansi), di chiodi di garofano, di aloe, tre once di miele e tre di cassia. Metti tanto zucchero che basti. Di queste cose farai la triphera e la userai al bisogno”. 
Uno o più mirabolani rientrano infine nella maggiori parte delle ricette degli otto “composti” che Ruggero Bacone fornisce al termine del Secretum Secretorum (XIII secolo) e che costituiscono – parole del filosofo inglese - la “gloria inestimabilis” ovvero il “thesaurus philosophorum”, di cui si dice che l'autore fu Adamo e che fu conosciuto (e occultato) dai sapienti Greci, Italici, Indiani e Persiani.
 
I medici medievali trovarono anche un utilizzo simultaneo di tutti e cinque i “frutti”, una sorta di pancaphala di cui si trova menzione nell'Antidotarium di Nicola Salernitano: era l'alcanlacon o “pillola dei cinque mirabolani”, indicata per trattare la febbre acuta, la febbre terzana, la febbre doppia terzana e l'itterizia. 
La conoscenza e l'uso della triphala non si limitò peraltro al Medioevo. Nel 1567 lo spagnolo Cristòbal Acosta dedica ai mirabolani un intero capitolo del suo Tractado de las drogas y medicinas de las Indias Orientales, il cui incipit da solo basta a farci capire in quale alta considerazione fossero tenuti in Europa ancora nel XVI secolo questi frutti esotici: "I mirabolani, per il loro essere benedetti e santi, sono posti tra le medicine sacre. Essendo 'risolutivi' purgano il corpo dagli umori superflui e viziati, confortando il cuore, il fegato e lo stomaco".
 
It is certainly true that Triphala is one of the leading and best known compounds in ayurvedic medicine: balanced rasayana, detoxifying and tonic for the bowels (intestine), as well as an excellent astringent for external use, it is made of dried and powdered fruits of Amalaki (Emblica officinalis or Phyllantus emblica), Haritaki (Terminalia Chebula) e Bibhitaki (Terminalia Belerica).
Unknown by the ancient greek and latin doctors, the advent of triphala and its components in the western world is however not recent and not linked to the diffusion of the traditional indian medicine of the last decades.
 
The knowledge and the use in Europe of the three fruits actually dates back to the middle ages, when it became available thanks to Constantine the African's translations of Arabic medical, herbal and philosophic texts: among them many were actually rediscovered (be the case of the medical works of Hippocrates, Aristotle, Dioscorides, and Galen) but some were also a novelty, first and foremost the "semplici", medical herbs and spices unknown by Europeans up until then, but well known and used by Arab and Persian doctors who learned how to use them from the indian vaidyas. Among them were cinnamon, camphor, clove, nutmeg, pearls, amber, musk and triphala, or indeed triphalas, as the most used compounds were at least three (but actually many more): Tryphera minor, Tryphera major and Tryphera saracenica.
 
The Arabs misspelled the name calling it tryphera or triphera maybe because of the assonance with the greek “τρlφερον” (gentle, soft, subtle) (likewise “amalaki” became “emleg”), but european doctors were not concerned about that and praised the tryphera as a powerful electuary used as purgative for blood and liver, laxative, febrifuge, tonic and above all as a rasayana, or as a base for a highly efficacious rejuvenating elixir.
 
The three fruits introduced in the medieval European pharmacopoeia, to be precise, are in reality five, as the number of myrobalans (from the greek “μuρον”= perfume and “βàλανος”=acorn) that arrived to Europe; in addition to Amalaki, Bibhitaki and Haritaki (known as Emblic, Belliric and Chebulic myrobalan respectively) the books about the "semplici" also list Citrine myrobalan (Terminalia Citrina) and Indian or Black myrobalan (Terminalia Indica) utilized as much as the "three fruits" par excellence.
 
"There are many types of myrobalan, but all of them are cold and dry (those called citrine are in second grade) - writes Matteo Plateario in his Circa Instans around the middle of the XII century - the myrobalans are the fruits of a tree growing in India. Although they are similar in shape, they have different qualities and nature, just like plums". As a matter of fact immediately he explains ,"the authors state that all of the myrobalan purge bilious humours but some are more effective than others. The Citrine purges the bilious humour first and then the phlegm. The Chebulic myrobalan works the exact opposite way. The indian myrobalan purges the melancholic and the bilious humour. Finally the emblic and the belliric myrobalans purge the phlegm as well as the bilious humour”.
During the same period Nicola di Salerno in his Antidotarium gives a recipe (formula) (one of many) for "tryphera saracenica", used "to cure liver pains, jaundice, tertian fever, double fever and to restore the eyesight lost due to hot cause"; it is made of Citrine, Belliric and Emblic myrobalans, senna, tamarind, rubarb, manna, violet, myristic, anise and fennel seeds.
 
A century earlier Archibishop Alfano I, headmaster of the Medical school of Salerno, in his De quattuor humoribus recommended the intake of "tryphera saracenica with hot water", in the afternoon, "at the third hour", for the treatment of excess vitiated blood disorders but without fever, along with the diseases caused by excess of vitiated red bile.
Moreover, in his De Conservanda juventute, written around 1300, the famous Catalan doctor Arnaldo of Villanova gives the formula for a triphera "that is of benefit for the melancholic, the furious, the occluded, the dehydrated, the wrinkled, the red and the black choler in hypochondriacs, the hot extremities, the eye redness, the white hair, those who suffer stomach ache and palpitation"; "take six ounces of citrin myrobalan, six grams of chebulic, six drachms of emblic and six of belliric, one drachm of mastic, one of anise and one of fennel seeds, half drachm of indian spikenard (Nardostachys jatamansi), of cloves, of aloe, three ounces of honey and three of senna. Add as much sugar as needed. You will make thriphera with these and use it as needed". Finally one or more myrobalan are used in most recipes of the eight "compounds" that Roger Bacon provides in conclusion of the Secretum Secretorum (XIII century) and are - in his own words - the "gloria inestimabili" or the "thesaurus philosophorum", and it is said the author was Adam and were known (and concealed) by learned Greeks, Latins, Indians and Persians.
 
Medieval doctors also thought of using all of the five "fruits" simultaneously, a sort of “pancaphala” mentioned in the Nicola Salernitano's Antidotarium: it was the alcanlacon or "pill of the five myrobalan", suggested for the treatment of acute fever, tertian fever, double tertian fever and jaundice.
 
The knowledge and use of triphala was however not limited to the Middle Ages. In 1578 the spanish Cristóbal Acosta dedicates an entire chapter of his Tractado de las drogas y medicinas de las Indias Orientales to myrobalans, in which the incipit alone is enough to make us understand the level of consideration in Europe for these exotic fruits still in the XVI century: "the myrobalans, being blessed and holy, are among the sacred medicines. Being resolutive they purge the body from excess and vitiated humours, comfort the heart, the liver and the stomach".

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